A History of Violence di David Cronenberg, con Viggo Mortensen, William Hurt, Ed Harris, Maria Bello, Ashton Holmes. USA/Germania 2005
di Valerio Carta
Quando la lunga fiumana di spettatori si espande verso l’uscita del cinema al termine di una proiezione, è noto quel primo senso di smarrimento che li accompagna. Le parole si confondono ai passi resi pesanti dalle due ore trascorse su un seggiolino, gli occhi e le orecchie devono ancora riabituarsi ai rumori della strada dopo aver vissuto in prima linea per un’ora e mezzo il miracolo dell’arte audio-visiva. Per un film di David Cronenberg, solitamente, tutte queste sensazioni sono elevate al quadrato. Andare a vedere un suo film al cinema è come recarsi a visitare una mostra di opere d’arte: immediatezza e sensazione, non limitata ai tempi scenici. Cronenberg è certamente tra quei registi che possiamo considerare artisti: eccentrico, eccessivo, innovativo, visionario. Non bisogna identificarlo solamente con i temi che ha introdotto nelle prime fasi della sua carriera: il corpo umano e le malattie che lo colpiscono (Il demone sotto la pelle, 1975), la carne (Videodrome, 1983 – Crash, 1996) e la metamorfosi (La Mosca, 1986)costituiscono infatti solo una parte della sua produzione. Se Cronenberg nella sua carriera ha raggiunto l’eccellenza con film molto diversi l’uno dall’altro, il merito è dovuto alla sua capacità di addentrarsi negli abissi della psiche umana come pochi registi.
Antefatto: in una ridente cittadina dell’Indiana, durante una rapina in un ristorante, due criminali vengono uccisi per autodifesa dal proprietario, Tom Stall (Viggo Mortensen). Tom Stall sembra essere un onesto lavoratore che vive felicemente con la sua famiglia: la moglie Edie (Maria Bello),il primogenito Jack (Ashton Holmes) e la piccola Sarah (Heidi Hayes). Attratti dalla risonanza mediatica del gesto eroico di Tom, alcuni membri della criminalità organizzata irlandese di Philadelphia si presentano nella cittadina. L’armonia della famiglia Stall viene turbata dall’arrivo di questi mafiosi, che accusano Tom di essere Joey Cusack, un ex delinquente di Philadelphia con alle spalle una lunga storia di sangue. Per rappresentare un tema come la violenza – tanto complesso quanto inflazionato all’interno dell’industria cinematografica – Cronenberg si è affidato ad un’opera lineare, tratta da una graphic novel di fine anni ’90, scritta da John Wagner e illustrata da Vince Locke. Proseguendo nella visione del film è chiaro infatti che la violenza è il binario principale sul quale scorre l’intera opera. Da questo principio si diramano tre direzioni, che il regista ha spiegato nel corso di un’intervista:
1 – La History of Violence (l’equivalente italiano della fedina penale, N.d.R.)
Questo argomento è legato alla trama del film. Si tratta infatti di un thriller psicologico che nella filmografia di Cronenberg succede a Spider(2002) e precede La Promessa dell’Assassino (2007), ponendosi di fatto nel mezzo della seconda fase della carriera del regista canadese, fase concentrata più sulla mente che sul corpo.Viggo Mortensen, che interpreta il protagonista della pellicola, è chiamato a una difficile interpretazione in un periodo particolare della sua carriera. Dopo aver vestito i panni di Aragorn nell’adattamento cinematografico di Peter Jackson della trilogia de “Il Signore degli Anelli” di Tolkien, e dopo essersi cimentato nel genere western con Hidalgo – Oceano di Fuoco, in A History of Violence Viggo dimostra per l’ennesima volta di essere un attore completo. Riesce infatti a convincere lo spettatore che Tom Stall è il padre e il marito ideale, ma quando viene rivelato che Tom Stall è realmente il criminale Joey Cusack, l’interpretazione di Viggo non perde di credibilità. Anzi, il pubblico si identifica ancora di più con il ritratto di un uomo che ha sbagliato, ma si è ricostruito una vita dal nulla. La History of Violence in questo caso è quindi un dato fattuale, la serie di crimini commessa in passato da Joey che Tom elimina e sconta con una permanenza nel deserto in totale solitudine per diversi anni.Inoltre, un plauso particolare va a William Hurt, che interpreta Richie Cusack, boss della criminalità organizzata di Philadelphia e fratello di Joey. Sebbene non sia a lungo sulla scena, la sua presenza è di fortissimo impatto. Nel rapporto tra i due fratelli, e in particolare durante il loro ultimo scontro, Hurt fa notare allo spettatore che l’importante non è quello che si dice, ma quello che non si dice.
2 – L’uso della violenza da parte dell’uomo per risolvere delle dispute
Questo secondo punto è invece legato all’analisi del film. Il personaggio del figlio di Tom Stall, Jack, ne è l’esempio lampante: alle minacce fisiche di un bullo locale è solito rispondere tramite discorsi brillanti e battute di spirito. Tuttavia, quando il segreto della doppia identità di Tom viene rivelato, Jack ne è sconvolto. Durante l’ennesima persecuzione del solito bullo, Jack prende la strada del padre e reagisce con violenza, colpendo il bullo con ripetuti colpi sul volto, ma a quale prezzo? Dopo questo episodio, infatti, tra Jack e Tom si accende una violenta discussione, al termine della quale il padre colpisce il figlio con uno schiaffo. L’evoluzione dei personaggi di Tom e del figlio Jack è quindi invertita: il primo nasce criminale e si redime, il secondo si protegge con le parole ma alla fine si rifugia nella violenza. Qui si apre il terzo e più importante punto della spiegazione di Cronenberg.
3: La teoria dell’evoluzione.
Dietro questo semplice thriller si nascondono le teorie evolutive di Charles Darwin; non è un caso che Cronenberg si sia dichiarato da sempre un acceso Darwiniano. Questo terzo punto costituisce la moraledel film, che si può esprimere con una semplice domanda: la violenza si impara o si eredita?Durante la fase finale del film, Richie Cusack dice al fratello: “Hai sempre causato problemi. Quando mamma ti ha riportato a casa dall’ospedale ho provato a strangolarti nella culla. Tutti i ragazzini provano a farlo. Lei mi ha scoperto e mi ha letteralmente gonfiato di botte”. Joey risponde: “L’ho già sentita questa storia”. Si intuisce che i genitori di Richie e Joey erano violenti, e che i due fratelli sono cresciuti tra l’aggressività reciproca e famigliare. Ritornando al punto due, Jack nel film è un ragazzo docile e la sua esplosione di violenza contro il bullo non è prevedibile. Lo stupore che il padre Tom/Joey dimostra per il gesto del figlio è riconducibile al fatto che né lui né sua moglie avessero precedentemente alzato le mani contro i loro figli. Tom, rifiutando sé stesso come Joey nel deserto, ha anche rifiutato la violenza di Joey, e vederla nuovamente riapparire, questa volta nelle azioni di suo figlio, lo sconvolge. Lo schiaffo di Tom a Jack avviene a un quarto del film; a metà film, per difendere il padre, Jack spara e uccide il sicario venuto a prendere Tom/Joey. Perchè Jack arriva ad uccidere? E’ stato “contagiato” dai geni violenti del padre – e qui si può ripensare all’iniziale poetica di Cronenberg, comprendente anche le malattie che colpiscono il corpo umano – oppure reagisce ad una situazione di pericolo?
I silenzi, gli sguardi, i gesti rallentati sono tutti espedienti che Cronenberg usa per trasformare i momenti chiave del film non in semplici indizi, ma in prove vere e proprie. Il tutto è raffigurato in un ambiente ossessivamente tranquillo quale la cittadina di Millbrook nell’Indiana – frutto della fantasia degli autori originali – in cui il capo della polizia locale può entrare nelle case degli abitanti e farsi offrire una tazza di caffè.Per dirigere la fotografia, Cronenberg rinnova la sua collaborazione con Peter Suschitzky, che in passato ha curato films come The Rocky Horror Picture Show, L’Impero Colpisce Ancora e Mars Attacks!. I colori sono vivaci ma non sgargianti e si nota una certa cura nei dettagli, ma il pezzo forte che Suschitzky estrae dal suo repertorio è la penombra che avvolge Richie Cusack nella scena finale, un gioco di chiaroscuri che ricorda le figure dei grandi boss del passato seduti sulla loro poltrona “in pelle umana” ma al tempo stesso sembra umanizzare il personaggio, che si ritrova dopo tanti anni a contatto col fratello. È qui che la storia volge al termine: dopo una feroce colluttazione con alcune guardie del corpo, Tom/Joey non ha altra scelta che piantare una pallottola nella fronte del fratello maggiore. Dopo un simbolico bagno purificatore nelle acque di un lago dei dintorni, Tom fa ritorno in Indiana. Ormai però la sua menzogna è stata scoperta dai familiari. Si arriva quindi a parlare d’identità: qual è la sua vita reale? È predominante Tom o Joey? Il feroce Joey ha solo finto di essere cambiato e Tom, la sua famiglia, il suo lavoro, è giusto una copertura, oppure Tom è l’uomo che Joey sarebbe stato se non fosse nato in un ambiente cosi’ violento? Subito prima del loro scontro finale, Richie dice a Joey: “Ormai sei stato questo tizio per tanto tempo quanto sei stato te stesso”. C’è da dire che l’uno dipende dall’altro: se Tom non fosse mai stato Joey, sarebbe morto durante la rapina iniziale perchè non avrebbe saputo come difendersi dai due rapinatori. Viceversa, se Joey non fosse mai stato Tom, sarebbe probabilmente morto ammazzato anni prima a Philadelphia. Nell’ultima scena, la moglie e i figli di Tom stanno consumando la propria cena quando lui ritorna a casa. È una scena senza dialoghi: Tom, visibilmente turbato, si siede al tavolo, ma riceve solo indifferenza. Improvvisamente la figlia piccola si alza dalla tavola, va a prendere un piatto pulito e lo porge al papà: l’accettazione in una forma innocente ed istintiva. La struttura circolare del film viene chiusa: nella prima scena una bambina viene uccisa da uno dei due malviventi iniziali, e nell’ultima una bambina dà il benvenuto ad un criminale redento.Non ci sono altre parole in questa scena, ma lacrime silenziose: di espiazione, di accettazione, di dolore. La violenza, il film sembra dire, genera solo questo.
Un finale duro, invece, lo ricevono coloro che vogliono intraprendere una carriera da registi e si sentono già formati. Cronenberg ha la spiacevole abitudine di ricordare loro quanta strada devono ancora percorrere prima di produrre non necessariamente un capolavoro, ma un film denso di significati nascosti: un buon film, da leggere più che guardare.



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