Django di Sergio Corbucci, con Franco Nero, José Bodalo, Loredana Nusciak, Eduardo Fajardo. Italia/Spagna 1966
di Valerio Carta
Se si fermano dieci persone in strada per chiedere loro che cosa sia il jazz manouche, è difficile che arrivi anche solo una risposta positiva. Discorso opposto, invece, se la domanda avesse come soggetto il cinema. È certo però che il musicista belga Django Reinhardt, massimo esponente nonché creatore del jazz manouche, non si sarebbe mai aspettato in tutta la sua vita terminata il 16 maggio del 1953 che qualche anno dopo un regista italiano, tale Sergio Corbucci, esperto, guarda caso, di jazz e di cinema, avrebbe usato il suo nome per battezzare uno dei quantitativamente maggiori body-to-work che l’industria della settima arte abbia mai conosciuto.
Di tutti i registi italiani che si sono confrontati per forza di cose con l’industria cinematografica d’oltreoceano, Corbucci è stato il più americano: Django è un chiaro esempio del paradosso degli spaghetti western, film che pur essendo di produzioni italiane, a volte anche spagnole, per i risvolti che assumono le trame, per le caratterizzazioni dei protagonisti e per una fotografia essenziale, si inserivano nelle dinamiche hollywoodiane e divenivano fonti d’ispirazione per i registi d’oltreoceano. Anche Quentin Tarantino, il cui semplice nome basta ad attirare nelle sale tanti spettatori come api con il miele, ha utilizzato il nome di Django per la sua opera western, ma bisogna tenere presente che i due film sono molto diversi tra di loro: mentre Django Unchained stilisticamente ricorda i film western americani, anche – volente o nolente – per la massiccia produzione, il film di Corbucci è uno spaghetti western in piena regola, una pietra miliare dello stesso.
Girato con due lire, è il classico film che non ti aspetti di vedere nel 2013 ricordando che è stato girato negli anni ’60. Pur non essendo invecchiato bene, pur avendo delle carenze stilistiche, è divenuto una tale fonte d’ispirazione principalmente per un motivo: è dannatamente accattivante. Il protagonista è Django, interpretato da un Franco Nero in grande forma, tale da far concorrenza a quel Clint Eastwood utilizzato proprio in quegli anni da Sergio Leone. Inizialmente tutta la storia, così come la figura di Django, è avvolta nel mistero: come l’incipit, in cui Django striscia con i piedi nel fango trascinandosi dietro una cassa da morto, per arrivare a un paese situato al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. È questa una terra caratterizzata da una guerra, quindi dalla violenza, e da discriminazioni razziali del Ku Klux Klan nei confronti dei messicani. La vendetta è il sentimento su cui si basa tutta la sceneggiatura: se da una parte, infatti, c’è il desiderio dei messicani di avere una rivalsa ai danni di quello che è l’antagonista del film, il maggiore Jackson (Eduardo Fajardo), capo del Ku Klux Klan, dall’altra la storia si divide con quella intima di Django, la cui moglie fu assassinata proprio da quegli uomini. La chiave violenta è messa in risalto: solo nei primi minuti muoiono 47 personaggi, cifra destinata ad aumentare vertiginosamente grazie soprattutto ad armi, come le mitragliatrici, che si vedono raramente nei film western, i quali invece prediligono pistole e fucili per sfogare la violenza repressa nei personaggi: armi adatte a un confronto psicologico, oltre che fisico. Django è più confusionario da questo punto di vista, addirittura è presente un’ambiziosa (e riuscitissima, oltre che citatissima) scena del taglio di un orecchio di un soldato del Ku Klux Klan ad opera dei messicani guidati dal generale Hugo Rodriguez (José Bodalo), che in seguito lo stesso Tarantino riprenderà ne Le Iene. Molto affascinanti inoltre, seppur da una punto di vista emotivo, i vari “uno contro tutti” presentati da Corbucci, in cui la forza quantitativamente minore riesce a sopraffare clamorosamente quella maggiore in un delirio di sangue e violenza, il tutto con una plausibilità obbligatoriamente richiesta dal genere. Corbucci infatti non cavalca i rischi derivanti dalla sperimentazione, ma studia ogni possibile sbocco da cui gli stalli possono uscire e tutto, infine, appare perfettamente logico. Può sembrare trash, ma non è ridicolo.
Nel celebre finale, Django si inimica entrambi gli schieramenti, messicani e razzisti. Sono proprio i primi che, a causa di una disputa per un bottino rubato ai secondi, puniscono Django, permettendo ai cavalli di calpestargli le mani con i loro zoccoli. Nonostante tutto, Django dà appuntamento al maggiore Hartman al cimitero: e lì, davanti alla lapide della moglie, uccide i suoi nemici con i famosi “sette colpi di pistola”. Un errore (nel caricatore di una pistola possono entrare al massimo sei proiettili) forse voluto, poiché il settimo colpo potrebbe simboleggiare un colpo sparato dalla moglie ormai defunta. E Corbucci ci ricorda che il contesto è fatto sì di sangue, violenza e sparatorie, ma soprattutto di simboli.



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