Il dottor Stranamore – recensione

Il Dottor Stranamore: ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba di Stanley Kubrick, con Peter Sellers, George C. Scott, Sterling Hayden, Slim Pickens.   USA 1964

di Emanuele D’Aniello

Fare la recensione di un film di Stanley Kubrick è sempre difficile, e lo è ancora di più quando ci si trova davanti ad uno dei suoi capolavori massimi, e di conseguenza ad una delle più alte vette mai raggiunte dall’arte cinematografica. Il suo film del 1964, girato in uno splendido bianco e nero, è indubbiamente la più grande e più efficace satira politica mai realizzata nella storia del cinema, per l’intelligentissima sceneggiatura, per il sapiente uso delle location, per le straordinarie prove degli attori, per l’audacia della tematica e soprattutto del modo in cui viene trattata e adattata in un precisissimo momento storico.

Ancora oggi, a distanza di 47 anni, pensare che il creatore di Arancia Meccanica, Shining,Odissea nello Spazio, possa aver girato una delle migliori commedie di tutti i tempi suona strano. Non a caso quando Kubrick prese per la prima volta in mano il libro 2Allarme Rosso” di Peter George la sua intenzione non era quella di fare una commedia, ma realizzare un serio film politico sulla Guerra Fredda e sul rischio della Distruzione Mutua Assicurata. Ma solo lavorando alla stesura della sceneggiatura si rese conto di quanto fosse surreale e assurda la situazione, di quanto il rischio della fine del mondo causata da precisi comportamenti umani fosso troppo folle per essere raccontato in maniera seria e drammatica. L’unico strumento a disposizione è quello della commedia nera, e mai intuizione fu più felice. Il grottesco qui è portato ad un inarrivabile apice: si ride, e tanto, di fronte a situazioni che non dovrebbero far ridere; i protagonisti, una autentica galleria di idioti capace di far sembrare menti geniali i personaggi scritti dai fratelli Coen, sono seri nei loro propositi e nelle azioni; l’atmosfera che aleggia per tutto il film e che porterà al finale drammatico ma esilarante è quella della fine incombente e senza soluzioni. Eppure si ride e si riflette, grazie un principio comico basilare e infallibile: chi cerca di essere divertente non sarà mai divertente quanto chi cerca di essere serio non riuscendoci. Kubrick capisce tutto questo e lo sfrutta al massimo, mostrandoci quanto delicato possa essere l’equilibrato mondiale. Basta un singolo uomo, un generale poco sano di mente, per portare il mondo intero ad un passo dalla fine. Nel film vediamo solo metaforicamente americani e russi, alleati o nemici, ma in realtà sono solo una serie di uomini incapaci di gestire la situazione, deboli, infantili, esaltati, interessati solo a ristabilire l’equilibrio invece di trovare una soluzione. L’inadeguatezza dell’uomo di fronte ad un simile definitivo scenario è chiara pensando ai due sotto-temi del film: la sessualità e la tecnologia. La pellicola trabocca di innumerevoli ma velati riferimenti sessuali, basti pensare al nome del generale Turgidson, alla presenza della rivista Playboy, alle preoccupazioni del generale Ripper, all’entusiasmo nell’accettare un ipotetico futuro in cui il rapporto maschi-femmine è 10 a 1, tutti indizi che fanno capire la vera indole dell’uomo e le sue preoccupazioni materiali anche di fronte alla prospettiva più apocalittica. Il problema della tecnologia è altrettanto presente e importante, un antipasto di quanto poi sarà sviluppato molto più fortemente in Odissea nello Spazio poco dopo da Kubrick: lì il computer Hal 9000, creato ovviamente dall’uomo, si ribella e prende il controllo, qui gli uomini non riescono a comunicare con i proprio aerei e soprattutto sono sotto la minaccia dell’Ordigno della Fine del Mondo ideato dai russi, una macchina che ancora una volta l’uomo crea col solo scopo di annientare se stesso. Nel mondo moderno le preoccupazioni sulla tecnologia degli anni sessanta possono apparire eccessivamente catastrofiche, ma alla fine non poi così irrealistiche.

Ma come detto questo film è prima di tutto una commedia, un grandissima commedia, che intrattiene in maniera intelligente e fa ridere come poche altre. I meriti vanno ricercati nella sceneggiatura che rasenta la perfezione tra battute, gag visive e trattamento della storia, e poi nel lavoro di un cast grandioso, guidato da mostri sacri come Peter Sellers e George C. Scott, entrambi in piena forma. Partiamo dalla camaleontica e multipla performance di Sellers, forse il miglior attore comico di sempre, qui chiamato ad interpretare ben tre ruoli (in origine dovevano essere quattro, incluso quello del maggiore Kong, ma Sellers si fece male ad una gamba, secondo la leggenda popolare volontariamente, per evitare lo stress di recitare un nuovo personaggio). La prova di Sellers è il non plus ultra comico per la capacità con cui riesce a caratterizzare tre personaggi distinti e diversissimi tra loro: il capitano Mandrake è probabilmente l’unico personaggio normale che si vede in tutto il film, Sellers recita in maniera brillante ma misurata, dandosi il tono di persona comune; il presidente Muffley è forse la prova più difficile e per questo più riuscita del film, perché Sellers deve disegnare un personaggio debole e imbranato, che faccia ridere senza volerlo, ma al tempo stesso serio e preoccupato, lucido mentalmente, l’unico tra tutti i presente nella War Room che si rende veramente conto della gravità della situazione e cerca di affrontarla per evitare il disastro; infine il Dottor Stranamore è istrionismo puro, una valvola di sfogo per la creatività di Sellers, le sue capacità d’improvvisazione (l’esilarante colloquio telefonico del presidente americano col suo omologo russo è totalmente frutto della mente dell’attore) e anche per una comicità di tipo fisico. Sellers in questo film è pura esplosione di divertimento, fa ridere a crepapelle e rimane impresso nella mente dello spettatore.Diverso approccio ha la prova di George C. Scott, una performance che lavora col tempo e viene apprezzata sempre di più visione dopo visione. Ancora oggi, ogni qualvolta si vede il film, si scopre una espressione di Scott, un sorriso, un tic, un movimento di occhi, un modo di masticare la gomma, che prima non si era notato. È una performance fisica e di incredibile energia, eccede il giusto, rimane sopra le righe ma non diventa mai assurda, fa ridere e galvanizza. Anche uno come Stanley Kubrick, rimasto famoso per il suo maniacale ed esagerato perfezionismo, si fida dei guizzi dei suoi attori e si fa guidare ciecamente da questi fenomeni, li lascia liberi di improvvisare e mantiene nel film alcuni errori sul set, cosa impensabile conoscendo il regista, perché sa che qui è convincente quello che fatto da altri attori sarebbe stato stupido o semplicemente sbagliato.

Le note finali della canzone “We’ll Meet Again” fanno da accompagnamento ad una serie di esplosioni nucleari a catena, conseguenza dei fatti irreparabili accaduti poco prima nel film, segnando l’ennesima e ultima beffa ironica di fronte ad uno degli spettacoli più desolanti e paurosi mai visti al cinema. Raramente il finale di un film è stato così simpaticamente agghiacciante (ma sicuramente più adatto rispetto al finale inizialmente previsto e poi scartato, una battaglia di torte, forse un po’ fuori luogo). Il Dottor Stranamore, pur tra le risate, è uno dei ritratti più spietati e forti della Guerra Fredda, e possiamo purtroppo solo immaginare cosa Stanley Kubrick avrebbe potuto tirare fuori, se fosse ancora vivo, vedendo la spirale negativa in cui sta cadendo il mondo di oggi con la sua precaria situazione geopolitica.

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