Taxi Driver – recensione

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Taxi Driver di Martin Scorsese, con Robert De Niro, Jodie Foster, Harvey Keitel, Cybill Shepherd, Leonard Harris. USA 1976

di Valerio Carta

Parlare di Taxi Driver implica la necessità di addentrarsi in un mondo a parte, in cui le analisi convenzionali risultano inefficaci per descriverlo. Più che un film, Taxi Driver è un’opera d’arte – definizione che non necessariamente lo eleva ad un piano superiore, ma semplicemente diverso. Martin Scorsese, nativo di New York, sfrutta tutte le potenzialità artistiche della sua città e del linguaggio audio-visivo per affrontare l’argomento su cui si basano una buona parte delle arti e delle scienze: l’essere umano, con i suoi eterni dilemmi. Taxi Driver sta all’uomo, come l’uomo sta al cinema.

Questa opera sin dal titolo (in italiano lett. Tassista) propone allo spettatore un protagonista, di nome Travis Bickle. Lo scopo della narrativa, in generale, è di raccontare una storia: in Taxi Driver la storia è semplicemente la naturale sequenza di avvenimenti in funzione di Travis, il quale è posto ossessivamente al centro della scena. La sceneggiatura, curata da Paul Schrader, non inizia subito dalla scena uno, ma prima di tutto viene tracciato un profilo di Travis Bickle. Non potremmo descriverlo meglio di chi lo ha creato, dunque riportiamo di seguito il pezzo originale, fedelmente tradotto:
26 anni, asciutto, duro, un lupo solitario. A prima vista sembra interessante, persino bello; ha un modo di guardarti tranquillo, solido, e un sorriso disarmante che arriva all’improvviso, dal nulla, e gli illumina il viso. Ma dietro a quel sorriso, agli occhi scuri, alle guance scavate, puoi vedere le orride tracce lasciate da una vita di paure segrete, vuota e solitaria. È come se fosse arrivato qui per caso, da una terra dove fa sempre freddo, un paese i cui abitanti parlano raramente. La testa si muove, l’espressione cambia, ma gli occhi restano sempre fissi, senza battere ciglio, trapassando lo spazio vuoto. Travis adesso si aggira senza meta tra la vita notturna di New York, un’ombra scura tra ombre ancora più scure. Non si nota, non c’è alcun motivo per notarlo, Travis e’ un tutt’uno con l’ambiente che lo circonda. Indossa jeans, stivali da cowboy, una camicia a scacchi e una vecchia giacca militare con una toppa che recita: “Compagnia King Kong 1968-70”.Si porta appresso un odore di sesso: sesso sporco, sesso represso, sesso solitario, ma sesso comunque. È nuda energia maschile, che spinge in avanti; verso cosa, non si capisce. Poi, se uno guarda più da vicino, vede l’inevitabile. La molla dell’orologio non può essere sempre caricata al massimo. Come la terra è attratta dal sole, così Travis Bickle è attratto dalla violenza.

Inizialmente Martin Scorsese voleva che fosse Dustin Hoffman a interpretarlo, ma questo rifiutò la parte che venne assegnata solo in un secondo momento ad un giovane Robert De Niro. Sono innegabili le immense doti interpretative di De Niro, ma ogni artista necessita di un’opportunità iniziale. Per l’allora giovane attore, Travis Bickle rappresentava un treno da non perdere e se oggi il nome di De Niro viene associato alla parola “cinema” lo dobbiamo alla sua magistrale interpretazione di Travis Bickle, la più difficile e la più maestosa della sua carriera enormemente prolifica. È opportuno aggiungere anche che Travis Bickle è un reduce della guerra del Vietnam, che arrecò ingenti danni morali all’intera popolazione statunitense. Scorsese e De Niro mostrano qualcosa di invisibile: non vengono mostrati ricordi del fronte, ma Taxi Driver è un film sulla guerra e soprattutto su un aspetto della stessa che la società tende a dimenticare troppo velocemente, ovvero la difficoltà dei veterani nel rapportarsi nuovamente con la realtà. Travis ne incarna le proprietà più indirettamente malate. All’inizio del film si viene a sapere che soffre d’insonnia cronica e questo è il motivo che lo spinge a diventare un tassista notturno. È un suo bisogno, mostrato senza metafore, di avere una meta nella vita, in cui l’unico svago è la frequentazione di un cinema pornografico. La domanda principale è: Travis si diverte? Ma dopo un po’ appare chiaro il suo disgusto seppur silenzioso verso quella rappresentazione del sesso, di un forte rapporto tra uomo e donna che non è spinto da nessun sentimento.

Travis è esattamente quel genere di persona che nella vita reale tende ad allontanare involontariamente il proprio interlocutore. Quando però nel corso del film si invaghisce di Betsy (Cybill Sheperd), una funzionaria del movimento elettorale del senatore Palantine, candidato alle elezioni presidenziali, fuoriesce un lato sensibile della sua personalità. Per il normale comportamento che Travis assume non ci sarebbe nulla di strano a vederlo seduto nello stesso tavolo con Betsy, ma quando tenta di andare a fondo invitandola ad uscire una sera entra in scena una delle chiavi principali del film, il naturale fallimento conseguente ad una costante alienazione sociale. Travis porta Betsy al cinema pornografico, la ragazza non la prende ovviamente bene e se ne torna a casa. Travis lascia scorrere i rapporti, non li conduce in prima persona. Quando entra in una situazione sociale, non si accorge che una relazione è tale se spinta dalle persone. Per lui sono cose che devono avvenire e non è sempre chiara la sua effettiva volontà nel portarle avanti. La fotografia del film, curata da Michael Chapman, mostra Travis dentro il suo taxi con inquadrature che sono spesso state riproposte in alcuni film moderni come citazioni o omaggi – Quentin Tarantino, “citazionista” per antonomasia, è un grande amante di questo film. È facile perdersi nelle vie di New York a causa della particolare struttura urbana. Per questo, si ha l’idea che il taxi di Travis sia come una nave e New York l’immenso e sconosciuto oceano, pieno di pericoli. L’eccezionale colonna sonora di Bernard Herrman contribuisce a rendere le atmosfere secche, dure. Un film cupo è un’opera che racchiude anche un lato sensibile, Taxi Driver invece è portatore di un esasperato realismo e tutti gli elementi di contorno inseriti risultano coerenti a tal punto da elevarsi ad aspetti imprescindibili dell’opera. Il tassista è un lavoro che per forza di cose spinge Travis a intrattenere rapporti sociali, non sempre del tipo più sano. Nel suo taxi entra un marito frustrato per spiare la moglie che si sta intrattenendo in un appartamento col proprio amante e soprattutto il senatore Palantine. Travis lo adula, ma appare goffo, non riesce ad apparire sereno nemmeno questa volta. Il mix che si ottiene è esplosivo: dopo la delusione con Betsy, Travis decide di compiere un attentato per colpire Palantine durante un comizio. Si entra nella fase clou del film, con scene diventate un cult nel mondo del cinema. Travis compra – facilmente – delle armi e si prepara nel suo condominio, dichiarando su un diario tutto il suo disprezzo verso la società. Sembra che Travis non abbia una precisa idea politica e sia confuso su determinati aspetti, come se l’attentato sia un suo tentativo di ritagliarsi spazio. Celebre la scena dello specchio, in cui Travis si ripete la famosa frase, a riprova della sua alienazione malata: “ma dici a me? Ma dici a me?”. Questa originariamente non era stata prevista nella sceneggiatura ma è frutto di un’improvvisazione di Robert De Niro, che fu apprezzata da Scorsese a tal punto da mantenerla in fase di montaggio.

Nella seconda parte del film, una giovane prostituta dodicenne di nome Iris (Jodie Foster) entra di fretta nel taxi di Travis chiedendogli di condurla lontano dal suo pappone, Matthew detto “Sport” (Harvey Keitel). Travis vede Iris come l’opportunità finale per compiere una buona azione. La segue, le paga la colazione, rifiuta il suo corteggiamento dimostrandosi disinteressato a lei come donna – anche perché non è tale, vista la sua giovane età, e Travis nel riconoscerlo si dimostra più sano di molti uomini. Ma quando le propone di salvarla da quel mondo malsano, Iris lo rifiuta, mostrandosi leale a Sport, poiché crede che quell’uomo la ami veramente. Per Travis è la goccia che fa traboccare il vaso: si taglia i capelli nello stile moicano, si reca al comizio di Palantine, ma prima che riesca a compiere il suo attentato viene riconosciuto tra la folla e costretto a una rapida fuga. Spinto dal suo ennesimo, umiliante, fallimento quella sera stessa si presenta nel bordello di Sport e compie una strage, uccidendo lo stesso Sport, un mafioso che in quel momento stava consumando un rapporto con Iris e un affittacamere, in una scena volutamente cruda e realistica nello stile Scorsesiano – il regista rivelò in seguito di avere inscurito i colori della scena per evitare la censura. Travis infine si adagia su un divano e mentre la polizia fa irruzione nell’appartamento, prende la sua pistola per suicidarsi. Ma questa è scarica, e ancora una volta Travis fallisce. Dopo la sparatoria, Travis – tornato ad avere un normale taglio di capelli – si ritrova nella sua casa e legge una lettera dei genitori di Iris, che lo ringraziano per aver salvato la loro figlia dalla prostituzione. È l’inserimento di una buona dose d’ironia, un terrorista in tutto e per tutto che finisce per diventare un eroe popolare. Successivamente la scena cambia, e Travis si prepara per una nuova corsa notturna con il suo taxi. Sale nientemeno che Betsy, la donna di cui si era invaghito inizialmente. Travis la riconosce, ed è una situazione sociale normale, che presenta anche i lati tristi. Ovvero, tutto in quel momento è forzato: l’espressione, i lunghi silenzi che intercorrono nel dialogo – in cui Travis minimizza l’accaduto nel bordello, “i giornali ne dicono tante di cose”, ma dentro di sé cerca ammirazione per quello che ha fatto, un sorriso a testimoniarlo.Quando Betsy arriva a destinazione, scende dal taxi, mentre Travis rimane all’interno dell’abitacolo. Betsy si avvicina allo sportello del guidatore e si ferma per un momento, ma non trova un’apertura in Travis. Perciò, si limita a chiedergli: “quanto le devo?”. Travis la guarda in silenzio per pochi secondi, sorridendo e spingendo il pedale della frizione. Infine le risponde “niente” e riparte subito dopo, guardando ossessivamente dal finestrino Betsy che rientra a casa. I critici hanno discusso per anni circa il significato di questa scena ambigua. Particolare la sequenza dei titoli di coda: la musica è lenta, molto tranquilla, una classica melodia “da ascensore”. Il montaggio è invece molto veloce, con strane luci intermittenti e una particolare tecnica di slow-motion, che fondendosi con la musica di fondo crea confusione. Secondo un’idea comune, questa scena è l’ultimo sogno di Travis, in un letto d’ospedale dopo la sparatoria, gli ultimi pensieri prima di abbandonarsi alla morte. Scorsese non ha mai voluto chiarire questo aspetto. A dispetto delle apparenze,Taxi Driver è uno di quei rarissimi film con un lieto fine per il personaggio, ma non per gli spettatori. Travis Bickle è un classico anti-eroe, il ritratto della solitudine. Tutto ciò che accade nella sua vita è dettato dalla sua personalità repellente. È un personaggio fuori dalla società, in un mondo a parte, che quando cerca di risolvere i suoi problemi sbaglia e li incentiva, che vuole aiutare gli altri quando invece avrebbe bisogno di essere aiutato. Mentre in cuor suo crede di essere in una condizione di Lose-Win (svantaggio che può tramutarsi in vantaggio con determinate azioni), si trova invece irrimediabilmente nella posizione di Lose-Lose – svantaggio che porta solo a ulteriori perdite. Ma come ognuno di noi, non conosce esattamente la sua posizione e tenta naturalmente di elevarsi. In fondo, il suo continuo sorriso nella corsa in taxi con Betsy e la tranquillità dimostrata nel dialogo, fanno capire che ha trovato un suo equilibrio nella ricerca, che possiamo vedere come un aspetto chiave del film, l’ultimo e il più importante.

Uno dei film più innovativi della storia del cinema, tremendamente realista, ma di quel realismo indiretto: il concetto del “dire ma non dire” in Taxi Driver è portato a condizioni estreme. Non è una storia, è il racconto di una vita. E come ogni vita, si può vedere trenta volte, da punti di vista diversi, con opinioni diverse, notando sempre qualcosa di nuovo.

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