Captain America: Il Primo Vendicatore – recensione

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Captain America – Il Primo Vendicatore di Joe Johnston, con Chris Evans, Hayley Atwell, Hugo Weaving, Tommy Lee Jones, Dominic Cooper, Stanley Tucci, Toby Jones.   USA 2011

di Emanuele D’Aniello

Siamo negli anni quaranta, gli anni del secondo conflitto mondiale, nel pieno dell’intervento americano sul fronte europeo. Il giovane Steve Rogers è basso, gracile, debole e affetto da asma, ma ha una grande forza di volontà e un grande sogno: arruolarsi nell’esercito perchè i nazisti rappresentano in maniera amplificata i prepotenti che lui ha affrontato e subito per tutta la vita. Ovviamente per la sua costituzione fisica viene sempre scartato fino a che si presenta un’occasione incredibile: sottoporsi ad un esperimento per diventare un supersoldato. O forse anche qualcosa di più.

Captain America è uno dei più vecchi eroi dei fumetti Marvel, le sue prime avventure risalgono addirittura al 1941 quando venne usato come fortissimo e popolare elemento di propaganda contro i regimi nazifascisti europei. Il cinema stranamente si è spesso disinteressato a questo personaggio (l’unico tentativo realizzato è dei primi anni novanta e va bollato come film da cassetta di Serie Z) forse per il suo carattere fortemente nazionale. Grazie all’esplosione di film sui supereroi degli ultimi anni e in particolare al progetto I Vendicatori portato avanti per riunire vari personaggi in unico film anche Captain America trova il suo meritato spazio. Certo, poi trovare il suo meritato buon film è un altro discorso. L’opera di Joe Johnston infatti è eccessivamente discontinua e meno avvincente di quanto si possa aspettare. La prima parte del film è sicuramente la migliore, poiché la psicologia di Steve Rogers è ottimamente curata e ne esce un personaggio triste e forte al tempo stesso. La storia delle origini al cinema funzione sempre, vedere le immagini degli anni 40 con i soldati che trascorrono i pochi momenti di libertà al luna park dà un senso artistico più ampio alla pellicola. Non simpatizzare per quel tenace ometto è praticamente impossibile, Rogers non si arrende mai, non si compatisce da solo, cerca sempre di superare i propri limiti sfidando anche le risate di chi gli sta intorno. Una volta che avviene la trasformazione in Captain America però la magia si esaurisce: niente più sviluppo della storia, niente introspezione dei personaggi, niente più motivazioni dietro le azioni, niente più racconto di un’epoca storica. La tecnologia prende il sopravvento, l’azione accelera e ci troviamo di fronte ad un pop-corn movie come tanti ne vediamo al cinema, ma nemmeno dei migliori. L’azione non riesce ad essere trascinante, non assistiamo a nessun sequenza indimenticabile o innovativa, ma anzi ci troviamo di fronte alcune cadute notevoli, ad esempio le bombe del cattivo di turno con su scritti i nomi delle città in cui sono destinate ad esplodere. Una delle cose più stupide probabilmente mai viste al cinema. Lascia fortemente l’amaro in bocca anche la raffigurazione di Teschio Rosso, il nemico storico ed eterno di Captain America e uno dei cattivi dei fumetti più famosi. Il suo carattere non è mai approfondito, le sue motivazioni appena accennate, lo sviluppo incredibilmente stereotipato: ascolta musica classica, ama l’occulto e uccide a piacimento senza remore, questo è tutto quanto ci viene fornito su di lui. Inoltre va bene creare attesa sulla rivelazione del suo vero volto, ma questa rivelazione avviene troppo in ritardo, quasi con un’ora di pellicola alle spalle, quando il film ha già perso molto interesse.

Tra le cose positive della seconda parte rimane però Steve Rogers, e non Captain America, è una distinzione fondamentale: Rogers dietro la maschera e il costume nonostante i suoi nuovi chili di muscoli rimane il ragazzo che era all’inizio, una brava persona, gentile, disponibile, ingenuo e timido, sempre impacciato con le ragazze. Merito va anche a Chris Evans, non il miglior attore al mondo ma molto carismatico, dotato di grande presenza scenica e soprattutto tremendamente in parte. Circondato da ottimi comprimari (il migliore è Tommy Lee Jones, burbero e antipatico al punto giusto) l’unico che delude è Hugo Weaving: sarà colpa di un Teschio Rosso troppo monocorde come già abbiamo detto, fatto sta che Weaving non fa assolutamente nulla per donare intensità alla sua performance. L’attore nella sua carriera, in particolare negli ultimi, ha interpretato molti cattivi al cinema, ma mantiene sempre la stessa espressività senza compiere sforzi per caratterizzarli. Mi viene in mente Ralph Fiennes, un altro che ha intepretato decine di cattivi, ma è sempre riuscito a regalare grandi prove e a disegnare caratteri sempre diversi tra loro non risultando mai ugiale. Arriviamo alla conclusione che Hugo Weaving non sia questo grande attore, è l’unica. Ma il problema è soprattutto il fatto che Joe Johnston non è un grande regista. L’unico vero guizzo del film è la sequenza in cui Captain America si presta a pubblicità, spettacoli teatrali e film come fosse una scimmia ammaestrata, un momento metacinematografico reso visivamente molto bene. Il resto semplicemente non funziona, lui come regista non evita pesanti cali di ritmo, non dona vitalità ai suoi personaggi di contorno e non realizza scene d’azione per giustificare un così alto budget. Senza contare un finale che definire improvvisato e fuori contesto è dire poco. Johnston veniva da flop come Jurassic Park 3, Hidalgo e il recente terribile Wolfman, affidargli la regia di questo film è stato un vero azzardo. Archiviamo questo Captain America come un ennesimo tassello per comporre il grande puzzle chiamato I Vendicatori che uscirà il prossimo anno, e speriamo in un ipotetico sequel (Chris Evans ha firmato un contratto che prevede diversi film) che renda giustizia al personaggio dei fumetti più patriottico mai concepito.

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