Django Unchained – la recensione della sceneggiatura

django

di Emanuele D’Aniello

Oggi, 2 maggio 2012, il nostro sito compie un anno esatto di vita, e per ringraziare tutti i nostri lettori vi offriamo come regalo una esclusiva assoluta per il cine-web italiano: la recensione della sceneggiatura di Django Unchained, il prossimo film di Quentin Tarantino. E non poteva essere altrimenti, essendo il nome del nostro sito una chiara citazione del suo precedente lavoro. Il film uscirà in America il 25 dicembre, in Italia è provvisoriamente fissato per il 4 gennaio 2013, quindi come capirete bene quello che state per leggere è SPOILER all’ennesima potenza: non sveleremo il finale della storia e i principali colpi di scena, ma ci addentremo molto nella trama. Quindi, chi non vuole avere alcun tipo di anticipazione sul film, NON prosegua nella lettura.

Esattamente un anno fa il web fu invaso dalla foto che avete visto in apertura, la prova che Quentin Tarantino era pronto a sfornare una nuova creatura. E non un film qualsiasi, ma un western, il suo primo western, e chi conosce le passioni e le influenze subite dal regista, il suo amore per il genere e per un maestro come Sergio Leone, sa bene quanto questa scelta possa significare. Ora, si badi bene che siamo pur sempre un presenza di una sceneggiatura, a quanto pare il draft definitivo, ma pur sempre solo una sceneggiatura. Come le parole scritte si trasformeranno in immagini, suoni ed emozioni sullo schermo possiamo solo immaginarlo, senza averne la certezza, e dobbiamo inoltre considerare che magari durante le riprese Tarantino qualcosa avrà ritoccato o modifcato, aggiunto o eliminato, anche per adattare certi momenti agli attori scelti duranti il casting.

Premesso questo, quello che ci troviamo di fronte fin dalla prima riga è Tarantino purissimo. Ben 168 pagine (il che indica una durata del film di almeno 2 ore e 30 minuti circa) molto descrittive e piene di indicazione di regia, che già danno un chiaro indizio non solo di cosa aspettare sullo schermo, ma anche di come aspettarle sullo schermo.

Django Unchained non è un western classico, perchè ambientato nel profondo sud degli Stati Uniti prima della Guerra di Secessione. La tematica principale del film è la schiavitù, un tema delicatissimo che Tarantino tratta senza mezze misure, col suo stile e le sue immagini estreme che sicuramente faranno discutere moltissimo quando il film uscirà. In particolare, e questa non è una novità per il suo cinema, è una storia di vendetta, un sentimento che ormai Tarantino esplora per il quarto film consecutivo. La prima scena descritta vede 7 schiavi neri, senza scarpe e senza maglietta, camminare insieme perchè legati da quelle che Tarantino chiama “leg irons” e quindi non capiamo subito se sono semplici catene o delle autentiche gambe di ferro costruite per imprigionare gli schiavi l’uno con l’altro. Il nostro protagonista Django è ovviamente in questo gruppo, e viene descritta la sua schiena ferita da chissà quante frustate, e una piccola R (che sta per runaway, fuggiasco) marchiata a fuoco su una guancia. Subito facciamo conoscenza con una cosa che vedremo molto spesso nel corso della storia, cioè i flashback di Django, che nel copione sono chiamati precisamente Spaghetti Western Flashbacks. A parte l’uso di questa tecnica, che ogni tanto spezza il racconto, il film è narrato in modo assolutamente lineare, senza la famosa suddivisione in capitoli tipica di Tarantino e senza alcun sbalzo temporale o scomposizione cronologica degli eventi. In questo senso, è il film più convenzionale nell’intera carriera di Tarantino. Subito nella prima scena facciamo conoscenza col dottor King Schultz, un dentista tedesco ora diventato cacciatore di taglie. Il dottore fa sfoggio di una notevole eloquenza e un gran spirito, e dopo la prima vera sequenza d’azione del film libera Django in tutti i sensi, andando anche a firmare i documenti per emanciparlo dalla schiavitù rendendolo un uomo libero. Il motivo è presto detto: a Schultz serve Django, perchè lui può riconoscere i tre fratelli Brittle, tre fratelli ricercati sulle cui testa pende una ricchissima taglia. In cambio di questo favore, Schultz dovrà aiutare Django a liberare sua moglie Broomhilda, tenuta prigioniera a Candyland, una piantagione del Mississippi di proprietà del temutissimo schiavista Calvin Candie. I due iniziano così una serie di avventura insieme, è un vero e proprio addestramento quello con cui Schultz insegna a Django i trucchi del mestiere: i due vanno in giro ad ammazzare criminali, si conoscono e fanno amicizia, e una volta sistemata in maniera spettacolare la pratica dei fratelli Brittle sembrano più affiatati che mai. Solo molto avanti nella storia, precisamente nel copione a pagina 66 (quindi possiamo immaginare dopo ben un’ora del film) fa la sua comparsa Calvin Candie, il vero antagonista della storia. Dopo una terrificante introduzione, tremendamente d’impatto, Schultz e Django fanno la sua conoscenza, ed escogitano un piano (fingendosi il primo mercante di schiavi, il secondo addestratore) facendosi portare con tutti gli onori possibili a Candyland. Qui Django ritrova Broomhilda, ma provare a liberarla non sarà facile, perchè Stephen e Ace Wody, i luogotenenti di Candie, iniziano a sospettare qualcosa. Questo porterà ad un finale a dir poco epico e, come potete immaginare, molto sanguinoso.

Nessuna sceneggiatura di Tarantino dà l’impressionante di essere classica, cioè divisa in tre atti, e questa ancora meno: la prima parte è una rapsodica collezione delle peripezie di Django e Schultz, la seconda parte è la costruzione di un climax ascendente continuo verso l’esplosivo finale. Una suddivisione in tre atti può essere però compiuta grazie allo spazio che i tre personaggi principali si dividono nel corso del film:

– La prima parte è indubbiamente lo show personale del dottor Schultz, un personaggio costruito chiaramente sulla performance di Christoph Waltz, l’attore scelto per interpretarlo fin dal principio. Se inBastardi Senza Gloria il suo Hans Landa era crudele, machiavellico ma anche un po’ codardo, qui Schultz è coraggioso, generoso e deciso, ma la cosa che non cambia è la simpatia e il sarcasmo. E’ indubbiamente il personaggio che ha i dialoghi migliori e le battute più divertenti, e l’attore austriaco sembra semplicemente perfetto per la parte. La cosa che funziona di più è il rapporto d’amicizia che costruisce con Django, assolutamente bello e sincero, che culmina in un dialogo molto sentito solo tra loro due prima che vadano a Candyland.

– La parte centrale del film è dominata da Calvin Candie, un ricco, sadico e violento proprietario terriero, la cui principale attività è lo schiavismo: le donne sono destinate in alberghi a soddisfare sessualmente i clienti, gli uomini sono destinati ad incontri di lotta mortali per il puro intrattenimento dei bianchi. Quando acquista un potenziale lottatore, se non ha le doti necessarie, lo uccide sul colpo, anche servendosi di famelici cani (e nel copione Tarantino non lascia nulla all’immaginazione anche in questi brutali momenti). Pensare che questa figura, un villain perfetto, uno dei più violenti mai apparsi negli ultimi anni, sarà interpretato da Leonardo DiCaprio, è sorprendente. L’attore famoso per i suoi ruoli drammatici di grande intensità non ha mai interpretato un cattivo, ma col materiale che Tarantino gli mette a disposizione rischia seriamente di fornire una prova sensazionale. E’ il personaggio che ha più monologhi, molto lunghi e affascinanti, ma parla spesso e volentieri attraverso le emozioni, il suo sentimento di odio si percepisce dalle pagine, e diventa evidente nell’uso costante, eccessivo, disgustoso della parola “nigger”.

– La parte finale è dedicata all’esplosione di Django, che si appropria definitivamente del suo ruolo da protagonista. Jamie Foxx è una buona scelta, per capacità e fisicità. Qualcuno potrebbe notare che Django non è una macchina da guerra come ci si aspetterebbe, e non è il centro dell’attenzione dall’inizio alla fine. Ma questa fortunatamente è una scelta molto realistica. Django non deve essere il classico pistolero senza macchia e senza paura, perchè lui in realtà è un ex schiavo, un uomo che ha vissuto il terrore sulla sua propria pelle e ha sempre subito angherie; quando all’inizio parla poco lo fa sapendo che se un nero parla in presenza dei bianchi sono automaticamente guai.

– Chiudendo il discorso sui personaggi, notiamo l’assenza di una caratteristica del cinema di Tarantino, la mancanza cioè di una forte e centrale figura femminile. Non c’è il carisma di Jackie Brown, non c’è la furia della Sposa, non c’è la determinazione di Shosanna Dreyfus, qui Broomhilda è un personaggio secondario e assolutamente passivo, incapace di ribellarsi e prendere iniziativa, un’autentica damigella in pericolo che va salvata e aspetta solo di essere salvata. Questo è il film di Tarantino più “maschile” dai tempi addirittura di Le Iene.

Sicuramente sulla carta ci sono tantissimi pregi tipicamente tarantiniani: nonostante nella prima parte la storia ci mette un po’ di tempo ad ingranare, i personaggi sono fantastici e caratterizzati come sempre benissimo (anche i secondari, basti pensare a Stephen, che sarà interpretato da Samuel L. Jackson), le scene d’azione sono notevoli così come i colpi di scena. Ad occhio, un problema potrebbe essere l’aderenza della poetica del regista al genere western, cioè lo scontro tra un cinema fatto di fiumi di parole, quello di Tarantino, ed un cinema in cui parlano i volti e gli sguardi, quello western, con poche parole di solito secche e pungenti. Una paura che l’amore del regista per il genere dovrebbe spazzare (i nomi di Leone e Corbucci sono presenti più volte nella sceneggiatura come esempi stilistici per determinate sequenze) considerando poi una accresciuta cura visiva manifestata in Bastardi Senza Gloria. Certamente ad emergere saranno le polemiche sul tema della schiavitù, per lo sviluppo e la descrizione. La violenza è incredibile, le immagini disturbanti, con uomini costretti a combattere in gabbie, frustati nel fango, sbranati da cani, e le donne spesso nude in pubblico. Contare quante volte nella sceneggiatura viene usata la parola “nigger” è impossibile, alcuni personaggi la dicono ogni tre parole, e possiamo già credere che sentirla ripetere così tante volte nel film possa dare fastidio a qualcuno. Forse per tali aspetti questo sarà il film più grafico e disturbante di Tarantino.

Come detto, questa è solo la sceneggiatura, sullo schermo molte cose cambieranno, e molte altre cose che rimarranno uguali una volta viste al cinema appariranno del tutto diverse. Non si può ancora dire se il film sarà bello o brutto, sicuramente dalla pagina scritta si intuisce quanto Tarantino tenga al progetto e quanto potenzialmente possa diventare indimenticabile. Non resta che attendere la fine dell’anno per avere la risposta del cinema.

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