Harry Potter e i Doni della Morte: Parte 2 – recensione

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Harry Potter e i Doni della Morte: Parte II di David Yates, con Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Ralph Fiennes, Alan Rickman.  Gran Bretagna 2011

di Emanuele D’Aniello

A dieci anni esatti dal primo film termina la fortunata saga di Harry Potter congedandosi dal suo pubblico di accaniti fans in tutto il mondo con numeri da capogiro: record di incassi in America per il primo week-end di proiezioni, quasi 169 milioni di dollari ottenuti, più quota 400 milioni già toccata a livello globale. La decisione dalla Warner Bros di dividere in due l’adattamento dell’ultimo libro di J.K. Rowling e convertire la seconda parte al 3D ha avuto successo a livello commerciale, poi il risultato artistico è un’altra cosa.

Il film si apre esattamente dove finiva la Parte I, con la morte del folletto Dobby e la scoperta della bacchetta di Sambuco, la bacchetta magica più potente al mondo, finita nelle mani di Voldemort. Siamo immediatamente gettati dentro la storia senza nemmeno un piccolo preambolo, a dimostrazione che l’adattamento dell’ultimo libro più che diviso è stato praticamente tagliato. Si entra nella storia forzatamente, dribblando uno dei punti focali quando si crea una sceneggiatura e un film: la costruzione del climax. Premesso questo però il resto della pellicola è sicuramente una gioia per i fans della saga, non abbiamo mai rallentamenti di ritmo o tempi morti (uno dei grandi difetti invece di I Doni della Morte Parte I) l’azione viaggia spedita come un treno raggiungendo il culmine emotivo nell’attesissimo faccia a faccia tra Harry e Voldemort. Ogni personaggio appare sullo schermo, anche se per brevi secondi, ma quando puoi permetterti nel cast praticamente tutto il gotha del cinema inglese pochi fotogrammi vanno comunque benissimo. I fans del libro saranno estasiati dal vedere materializzarsi davanti ai loro occhi le tanto amate pagine lette e rilette chissà quante volte, i fans della saga cinematografica saranno sconvolti da molte rilevazioni e affascinati da una storia raccontata e spiegata bene. Grande merito va a David Yates che come regista ha letteralmente fatto pratica con Harry Potter (ha diretto gli ultimi quattro film della serie) e al direttore della fotografia Eduardo Serra per aver mantenuto intatto lo spirito visivo delle due parti: si respira la medesima atmosfera degli ultimi film che non è fatta solo di toni dark ma anche di scenografie austere, decadenti e una fotografia spenta sui colori blu e grigio che accompagna il sentore di fine imminente percepito durante la visione.

Purtroppo alcuni difetti permangono soprattutto dal punto di vista strutturale, perché questo I Doni della Morte Parte II è un bel film ma al tempo stesso paradossalmente un’occasione sprecata: la Warner Bros pur di non rinunciare a qualche milione di dollari non ha avuto il coraggio necessario per compiere scelte drastiche come fare un solo unico film tratto dall’ultimo libro magari di 3 ore e anche più, non ha avuto l’audacia per fare ciò di tagliare qualche scena non fondamentale (e invece di qualche taglio ne avrebbe giovato il ritmo della Parte I come già detto) anche per paura dei fans del libro che non sopportano, i più accaniti e ossessionati, di veder tagliata qualche scena o adattato in maniera meno fedele qualcosa (cosa che peraltro accade normalmente nella maggior parte delle trasposizione cinematografiche da romanzi). Harry Potter e i Doni della Morte unito poteva essere un quasi capolavoro, sicuramente un’opera indimenticabile nel genere fantasy, piena di elementi notevoli con scene potenti e una coerenza narrativa di fondo, così invece ci troviamo di fronte “solo” a due buoni film.

Come già chiarito l’aspetto tecnico è molto curato, formalmente impeccabile: David Yates è maturato film dopo film e ormai segue la storia con mano decisa, della fotografia e della scenografia abbiamo già detto, e gli effetti speciali stavolta sono più strabilianti del solito non limitandosi più a raffigurare solo l’esecuzione di semplici incantesimi. Il cast è come sempre all’altezza, molti volti noti e bravissimi hanno pochi secondi ma riescono magistralmente a bucare lo schermo (penso a Gary Oldman o Michael Gambon) anche Alan Rickman con un paio di scene a disposizione riesce a donare immensa profondità al controverso personaggio di Severus Piton rivelando tutta la sua tragicità. Il vero mattatore è però Ralph Fiennes che sfrutta a pieno il maggior minutaggio rispetto agli altri colleghi: abituato a interpretare grandi cattivi trasforma il suo Voldermort in una figura potente e affascinante nel suo desiderio di distruzione, non più solo inquietante e misteriosa, dietro al trucco del suo volto irriconoscibile dona un incredibile calore alla sua performance.I tre protagonisti invece sono più o meno sempre gli stessi in pregi e difetti: anche stavolta Emma Watson si conferma la più dotata del trio, ottima e sempre intensa anche quando la troviamo ai margini dell’inquadratura (inoltre con Rupert Grint continua a creare una maggiore e più evidente alchimia rispetto alla coppia Radcliffe-Wright/Harry Potter-Ginny Weasley) mentre Daniel Radcliffe, pur avendo immenso materiale emotivo a disposizione, probabilmente il migliore rispetto agli altri film per rivelare i tormenti interiori del suo personaggio, non riesce a raggiungere la giusta profondità. E a proposito bisogna aprire anche una piccola parentesi sul doppiaggio italiano: spesso si dice con un pizzico di campanilismo come i nostri doppiatori siano i migliori al mondo, ma volontariamente si dimentica di aggiungere che in realtà siamo uno dei pochissimi paesi che doppia i film, quindi la concorrenza è davvero bassa. Nulla da dire sulle voci del cast adulto di contorno, ma le voci dei tre giovani protagonisti non riescono a donare profondità alle parole, risultando a volte monocorde soprattutto nel caso di Harry Potter. Grossa colpa probabilmente va al casting dei doppiatori che nel lontano 2001 ha scelto le voci pensando che Harry Potter fosse un filmetto per bambini e non immaginando (non conoscendo evidentemente l’importanza del progetto già in partenza data dalla Warner Bros) che poi i giovani doppiatori, pur magari volendo fare altro nel corso degli anni successivi, sarebbero stati costretti a tornare sempre film dopo film perché ormai con i fans già affezionati non si potevano più sostituire.

Harry Potter e i Doni della Morte Parte II è un buonissimo film pur con tutti i problemi derivati da una frettolosa divisione dell’adattamento e l’ennesimo 3D deludente. Ecco, sembra ormai una costante, ma anche in questo caso il 3D è più un espediente commerciale (non a caso in America la maggioranza degli spettatori, quasi il 60% dei biglietti venduti, ha preferito le proiezioni normali in 2D) ed è un grosso peccato, perché durante il film quando si ricordano di poterlo sfruttare la tecnica funziona e il film si prestava moltissimo alla tridimensionalità. Per chiudere diciamo che, pur essendo il film finale questo non pare il luogo adatto per tirare le somme sull’intera saga, ma una cosa è certa: Harry Potter è un qualcosa di unico e forse irripetibile nella storia del cinema, una grossa operazione pienamente riuscita in cui lo stile dei film stessi, gli attori del cast e gli spettatori sono cresciuti e maturati insieme anno dopo anno entrando praticamente nella vita delle persone. E sicuramente questa è una delle migliore magie riuscite al maghetto più famoso al mondo.

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