Il Cigno Nero – recensione

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Il Cigno Nero (Black Swan) di Darren Aronofsky, with Natalie Portman, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder, Vincent Cassel. USA 2010

di Emanuele D’Aniello

Nina Seyers è una giovane ballerina newyorchese scelta per interpretare il ruolo principale in una nuova trasposizione de Il Lago dei Cigni. Ma un nuovo arrivo nella compagnia, l’affascinante Lily, l’oppressione della madre ex ballerina, e la continua ricerca della perfezione nel lavoro condurranno Nina in un mondo popolato da ombre e incubi che le faranno perdere la percezione tra realtà e fantasia. Black Swan non è un film, ma un’esperienza sensoriale, un trip audio/visivo, un viaggio negli angoli più oscuri della psiche umana.

La chiave di lettura per decifrare l’opera di Aronofsky e la sua poetica è una, un punto di contatto che ricorre in tutta la sua filmografia: l’ossessione, la sfrenata ambizione per raggiungere qualcosa che mai si raggiungerà, la voglia di essere perfetti e così rimanere immortali. Qui Nina non è più una semplice ragazza, Nina è una ballerina punto e basta: quando un ragazzo conosciuto in un bar le chiede chi è, lei non risponde dicendo il suo nome, ma premettendo “sono una ballerina”. L’identificazione nel suo ruolo è totale, e non pensa ad altro. Nina per essere perfetta sacrifica corpo e anima.

Il corpo è sempre al centro nel cinema del regista, corpo inteso col concetto di carne, corpo vero, martoriato, fragile. Vediamo e soprattutto sentiamo ogni movimento muscolare, ogni piegamento di ossa, ogni torsione articolare. Mai come in questo film scrocchiarsi le ossa è stato tanto inquietante. Una Natalie Portman dimagrita e inaridita mette in gioco tutta la fragilità umana compiendo un lavoro fisico e di immersione nel personaggio semplicemente mostruoso. L’anima è sviscerata in tutta la sua oscurità, perchè più l’uomo cerca di essere perfetto più si capisce che nessuno sarà mai perfetto a livello interiore. Nina è una ragazza innocente, dolce e tranquilla, vive con la madre con cui ha instaurato un rapporto ossessivo, a tratti psicologicamente incestuoso: ex ballerina che ha dovuto interrompere l’attività proprio per la gravidanza, ha cresciuto la figlia con l’ossessione per la danza, l’ambizione sfrenata nel raggiungere quel successo che lei non ha mai ottenuto, rinchiudendola in una serena prigione rosa fatta di peluche e infanzia perpetua. L’arrivo di Lily è la detonazione di mille stati d’animo: lei è avvenente, sexy, sicura di se, spigliata, provocante, vive pienamente la sua sessualità, l’esatto opposto di Nina in ogni aspetto. Proprio la sessualità finora repressa adesso esplode in un insieme di curiosità morbosa e perversione grazie al coreografo Thomas Leroy che la stuzzica e a Lily che la fa entrare in un mondo totalmente nuovo. Tutto nel film è un gioco di specchi tra la danza e la vita reale: Nina e Lily sono i due lati della stessa medaglia, più Nina scopre il mondo esterno più diventa adulta più si trasforma nel cigno nero. A questo punto più che mai siamo di fronte ad una immersione emotiva totalizzante negli angoli oscuri della mente umana, lo spettatore prova un vero e proprio senso di disagio, una inquietudine di fondo accompagna noi e Nina nella sua discesa agli Inferi. A guidarci è anche la splendida colonna sonora di Clint Mansell che usa l’immortale musica di Tchaikovsky a suo piacimento, remixa e riavvolge al contrario i brani dell’opera teatrale rendendo la musica l’ennesimo flusso di pensieri e ombre della mente della protagonista ammantando il climax finale del film di una esasperazione umanamente insostenibile.

Il tema del doppio è stato trattato e interpretato innumerevoli volte tra cinema, tv, teatro e letteratura, ma qui la cifra stilistica di Aronofsky fa la differenza: nessun moralismo, nessuna fine indagine psicologica, solo cruda e nuda rappresentazione di quello che c’è dentro di noi. E ambientare un tema così complesso nel mondo della danza ritenuto dai più la forma d’arte più sublime, peraltro con Il Lago dei Cigni che perfettamente si presta all’intenzione del film, è un colpo di genio: inizialmente si potrebbe pensare di essere dalle parti di “Scarpette Rosse” ma poi vedendo il film si capisce di essere più dalle parti dei vecchi thriller psicologici di Roman Polanski. Anche la claustrofobia è ripresa da quei capolavori: ambienti scuri, scenografie bianche o nere tremendamente funzionali, l’unica concessione al colore chiaro diverso dalle tonalità regnanti è il rosa della stanza di Nina a rappresentare la sua infanzia che ancora deve finire. La camera a mano del regista come sempre segue da dietro i personaggi e li accompagna quasi per mano, conducendo noi spettatori dentro la storia. Nulla è lasciato al caso, gli effetti visivi sono calibrati e i montaggi frenetici da videoclip lasciati da un’altra parte, mai una sfumatura sopra le righe, Aronofsky tiene le redini della storia con mano salda senza che essa strabordi, e prendiamo proprio ad esempio una scena molto significativa: Nina è all’esterno del teatro, di sera e da sola, e gira intorno ad una statua che rappresenta un uomo alato in un momento di silenzio; ora, in un qualunque altro horror normale TUTTI si aspettano che la statua si muova girandosi verso la ragazza. E invece qui ovviamente la statua rimane ferma, nessun colpo di scena banale o gratuito senza senso messo lì solo per far saltare lo spettatore dalla sedia. Aronofsky non ci regala quello che noi ci aspettiamo, ma ci sorprende e destabilizza sempre. E lo fa anche grazie allo strumento principale del suo successo, una Natalie Portman semplicemente divina. Circondata da un cast di tutto rispetto dove tutti gli attori secondari hanno le loro scene significative la Portman non sbaglia una sola virgola: il suo lavoro sulla fisicità è esemplare, interpreta un personaggio enormemente complesso, fragile e timida nella parte di Nina, aggressiva e spietata quando si trasforma in Cigno Nero (i suoi occhi iniettati di sangue non me li toglierà mai dalla testa), impaurita e sola quando in entrambi i casi si confronta con se stessa e con le sue azioni, e anche se dimagrita in maniera quasi scheletrica mantiene una bellezza e una sensualità unica.

Il Cigno Nero è un’opera unica nel suo genere ma soprattutto il raggiungimento dell’equilibrio tra forma e sostanza nel cinema di Aronofsky: la poetica visiva e concettuale dei film precedenti è ora accompagnata ad una regia e capacità di messa in scena asciutta e funzionale, come lo era stato in The Wrestler. Per anni accreditato come una delle voci più innovative del cinema americano Darren Aronofsky entra di diritto nel novero dei grandi registi contemporanei grazie a questo splendido e tormentato affresco sull’ossessione umana che lascerà gli spettatori scossi ancora per molti anni a venire.

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