SOURCE CODE di Duncan Jones, con Jake Gyllenhaal, Michelle Monaghan, Vera Farmiga, Jeffrey Wright. USA 2011
di Emanuele D’Aniello
Quando si fanno paragoni o si spendono parole in elogi bisogna sempre andare con i piedi di piombo. Non c’è dubbio però che se dovessi fare un nome per indicare uno dei prossimi grandi registi per gli anni venire quel nome è Duncan Jones dopo appena due film realizzati. Per tutta la sua vita Duncan Jones è stato soltanto il figlio famoso di David Bowie, un peso certamente ingombrante. Fortunatamente Jones ha seguito una strada diversa da quella del padre e dal 2009, anno di uscita del suo primo lungometraggioMoon, ha mostrato al mondo le proprie capacità. Moon e Source Code sono due film simili, entrambi seguono la strada della fantascienza applicata alla filosofia, e la poetica del regista è già interamente chiara.
In Source Code il protagonista è interpretato da Jake Gyllenhaal, un pilota dell’esercito americano che si risveglia improvvisamente dentro un treno, ma soprattutto all’interno di un corpo non suo. Pian piano capiamo che è stato scelto per un programma governativo segreto, il Source Code appunto, in grado di spedirlo indietro nel tempo infinite volte nella stessa situazione per soli 8 minuti, il tempo necessario prima che il treno esploda a causa di un attentato. La sua missione è quella di impedire l’attentato. La trama è complicata ma non si perde tempo: dopo i titoli di testa favolosi per una veduta aerea di Chicago mozzafiato siamo subito dentro la storia, al primo risveglio del sergente Colter Stevens all’interno di un corpo umano estraneo. I dettagli tecnici necessari a capire la situazione ci vengono dati in una sola scena, rapidamente, perchè l’autore non vuole riempirci la testa di aspetti scientifici utili solo a confonderci ma vuole raccontare il lato umano della storia. E proprio qui è il centro del film, in un filo unico che collega il personaggio di Jake Gyllenhaal al personaggio di Sam Rockwell nel precedente Moon: il protagonista è circondato da tecnologia ai massimi livelli, da un mondo futuristico iper-sviluppato, ma si ritrova inevitabilmente solo con se stesso, perde la propria identità, affronta la propria solitudine faccia a faccia con la caducità della vita. Il percorso cercato da Duncan Jones è esistenzialista e incredbilmente efficace nel mondo moderno, un mondo che con tutti gli sviluppi della scienza corre più veloce dell’uomo e troppo spesso lascia spazio alla razionalità invece che al calore umano. L’idea di base del film è estremamente cerebrale, siamo di fronte a loop temporali e universi paralleli, ma al centro di tutto c’è sempre l’uomo con le proprie azioni e soprattutto con i propri errori, con la possibilità di provare a correggerli innumerevoli volte. Non a caso siamo di fronte ad una versione di fantascienza della commedia Ricomincio da Capo, e ancora una volta attraverso la ripetizione e il contatto umano il protagonista giunge alla consapevolezza della propria identità e alla conoscenza delle proprie possibilità. Colter Stevens (che ricorda molto il classico personaggio hitchcockiano dell’uomo normale al posto sbagliato nel momento sbagliato) si ritrova immerso in una situazione più grande di lui e che non può comprendere, e per portare a termine il suo compito ragiona con l’unico modo che conosce: col cuore. Si innamora di Christina (una bellissima Michelle Monaghan) stringe un rapporto profondo anche se a distanza col tenente Goodwin (una sempre brava Vera Farmiga) e soprattutto respira la vita umana conoscendo anche se per pochi attimi tutti i tipi di persone sul treno. E’ il sentimento che lo spinge a fare più del necessario, a sfidare le leggi che nemmeno la scienza esatta e la tecnologia può capire. E il finale a sorpresa del film, che ovviamente non sveliamo qui, è la perfetta fusione tra scienza e speranza.
Grosso merito va a Jake Gyllenhaal forse nella miglior prova recitativa dai tempi diBrockback Mountain: riesce a comunicare allo spettatore il proprio disagio attraverso il corpo e gli occhi, ad uno sguardo perso, quasi scavato. Questa è la dimensione di un attore molto capace, non certo i muscoli e i capelli lunghi di Prince of Persia, un film e un ruolo decisamente fuori dalle sue corde. Il cast di contorno è altrettanto all’altezza, probabilmente chiunque su quel treno si sarebbe innamorato di Michelle Monaghan anche in meno di 8 minuti. Il film ha un ritmo sostenuto, preciso, netto, necessario per una storia simile in cui non va perso alcun dettaglio e in ogni scena la concentrazione deve sempre essere alta.
Da poco tempo Christopher Nolan si è preso la palma di nuovo grande regista emergente moderno, ma probabilmente ha già un erede. Duncan Jones pesca a piene mani dai grandi autori e dai grandi film del passato, ma ha una visione filosofica e una cifra stilistica personale molto chiara. Sa sfruttare la fantascienza e coinvolgere lo spettatore per raccontare storie profondamente umane, intime, personali, incredibilmente tristi, pone lo spettatore di fronte ai grandi temi della vita. La fisica quantistica è la scienza che più di tutte si avvicina alla filosofia e Jones evidenzia come meglio non potrebbe questo aspetto. Moonera enormemente debitore nei confronti di 2001 Odissea nello Spazio per gli aspetti visivi e tecnici, Source Code invece per gli aspetti umani legati alle domande su possibili vite parallele, ma oltre a Kubrick ci avviciniamo ad altri due registi inglesi connazionali di Jones che sanno giocare con la fantascienza, il già citato Nolan e Ridley Scott, accostamenti che vengono ancora più facili mettendo in parallelo inizi nel mondo del cinema. Forse, anzi sicuramente, come detto all’inizio fare questi paragoni è esagerato e sbagliato, ma siamo di fronte ad un autore che sta dimostrando di possedere completamente le capacità per sfruttare la potenza visiva del cinema e coinvolgere il grande pubblico: Source Code è esattamente la prova che Duncan Jones è pronto per fare il passo successivo e realizzare un film che possa rimanere negli annali, seguendo magari il percorso fatto proprio da Christopher Nolan.

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