The Social Network di David Fincher, con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake, Armie Hammer, Rooney Mara, Rashida Jones
di Emanuele D’Aniello
The Social Network è un film che parla di tante cose, ma sicuramente NON è un film su Facebook, e questo è paradossale ma estremamente significativo. Liberamente ispirato alla nascita del più grande e famoso social network al mondo e alla battaglia legale che ne è seguita, il film è soprattutto una gigantesca metafora sul mondo moderno, sugli anni che stiamo vivendo, sulla nostra società, su come sono cambiati i rapporti umani. Ed è al tempo stesso una grande storia americana, una storia di furbizia, determinazione, intraprendenza e ambizione, la storia di un ragazzo si intelligente ma normale diventato il più giovane miliardario al mondo incarnando perfettamente lo spirito del capitalismo. Tre sono gli elementi vincenti in questo film: la sceneggiatura di Sorkin, la recitazione di Eisenberg, e il lavoro dell’intero team di Fincher.
Senza mezzi termini, la sceneggiatura di Aaron Sorkin è uno dei migliori lavori portati sul grande schermo negli ultimi anni. Tutto è perfetto, dai personaggi, alle situazioni, al ritmo narrativo, ai dialoghi frenetici e incisivi che sono il vero marchio dell’autore, e chi ne ha seguito le gesta televisive (si legga: correre a recuperare The West Wing) sa benissimo che quando Sorkin scrive non colpisce mai in punta di fioretto ma mette in bocca ai suoi protagonisti frasi graffianti colme di sarcasmo e arguzia. Nella prima scena c’è praticamente racchiuso tutto il film: Mark Zuckerberg e la sua fidanzata discutono in un bar, lui è assolutamente alienato da ciò che lo circonda, c’è chiasso e confusione, troppa gente intorno, è infastidito e a disagio addirittura a parlare con la propria fidanzata; la incalza, inizia a straparlare, la offende senza nemmeno accorgersene, e quando viene lasciato non ha una reazione emotiva. La sua prima risposta? Tornare nel suo dormitorio. E così Mark inizia a correre, è a Harvard l’università più prestigiosa e popolata d’America, intorno le persone passeggiano e chiacchierano, ma lui vuole solo stare solo e correre per andare dall’unico che lo capisce e con cui non ha paura di parlare: il suo computer. Applausi a scena aperta, perchè il senso dell’intero film è tutto in questi primi 10 minuti di film. Zuckerberg crea la nuova forma di socialità moderna ma lui stesso è socialmente inabile, si sente incompreso, e trova la sua rivincita con una forma di riscatto sociale rubando e migliorando l’idea dei gemelli Winklevoss: è la rivincita di una classe sull’altra, i gemelli credono di poter sfruttare tutti perchè più ricchi ma alla fine è Mark a sfruttarli. Questo è il mondo moderno che comprende un buon 80% della fascia demografica tra i 14 e i 30 anni, persone che hanno tanti amici su Facebook ma pochi al di fuori, gente che chatta tutto il giorno ma quando si deve parlare faccia a faccia fatica, ragazzi che si credono onnipotenti dietro ad uno schermo ma sono terribilmente deboli e soli nella realtà. E quale miglior mezzo per rappresentare questo se non con una storia d’amicizia? Perchè Mark aveva un amico, un solo amico, Eduardo Saverin, ma lo ha sfruttato e tradito. Mark si è fatto letteralmente sedurre da Sean Parker, si è fatto sopraffare dall’idea di onnipotenza lasciando da parte l’unico che lo aveva sostenuto fin dall’inizio, l’unico con cui trascorreva la vita reale. Il computer che Eduardo fracassa in faccia a Mark è il simbolo della loro amicizia infranta, nello stesso istante in cui Facebook raggiunge il milione di amici iscritti nella medesima stanza Mark perde l’unico vero amico. Mark non lo fa per soldi, più volte nel film viene ribadito che a lui non interessa nulla dei soldi, ma lo perchè è “cool”. Prima non riusciva ad entrare nei club più esclusivi dell’università, ora quegli stessi club dovranno fare a gara per averlo. Mark è colpito da un’idea come un fosse investito da un fulmine, e la realizza passando sopra tutto e tutti. E rimane lì col suo computer, mentre le note dei Beatles come un coro greco incombono e retoricamente domandano: “Come ci si sente ad essere tra le belle persone?” l’obbiettivo di Mark all’inizio del film. Mark ora è straricco, ma è solo.
Il volto inespressivo di Jesse Eisenberg è la perfetta tela su cui dipingere un intero modo di pensare e di vivere. Chi ha seguito la carriera di questo ragazzo dall’enorme talento sa quanto deve essere stato difficile per lui questo ruolo e quanto grandiosa è stata la sua interpretazione. Abituato a ruoli di ragazzo timido e dolce, diventato un volto familiare con commedie sia esilaranti sia agrodolci, Eisenberg fa un lavoro eccezionale. Con i lineamenti tirati del viso mostra tutta l’incomunicabilità del re delle comunicazioni, mantiene l’aria da bravo ragazzo che quando vuole sa diventare uno stronzo, è chiuso in se stesso per poi mostrare un lato carismatico e famelico assolutamente inaspettato: il momento in cui Mark demolisce l’avvocato della controparte quando questo reclama la sua attenzione è da mozzare il fiato. E David Fincher guida un team di primo livello: scenografi, costumisti, la fotografia, il montaggio, la musica, tutto nel film è completamente al servizio della storia. Il montaggio del film dà ritmo a tutta la vicenda, la fotografia mantiene colori scuri e cambia tonalità passando dal chiuso di Harvard al sole della California, la meravigliosa colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross accompagna per mano la vicenda, è una musica struggente e aggressiva allo stesso tempo, una delle colonne sonore più innovative degli ultimi anni. Chiude il cerchio la visione di Fincher qui al massimo della forma, il regista dai mille ciak che meglio di molti altri sa individuare i temi della società moderna qui gira alcune delle migliori scena della sua carriera e dà coerenza a tutto ciò che vediamo. Diverse scene sarebbero da mandare alle scuole di cinema per mandarle già a memoria.
The Social Network è un film di cui sentiremo parlare per decenni a questa parte. Molte volte fuori luogo si sente dire l’espressione “opera generazionale” ma questa pellicola lo è di certo. Raramente un film in tutte le sue componenti ha saputo racchiudere lo Zeitgeist di un tempo: siamo di fronte al nostro Gioventù Bruciata, al nostro Easy Rider, al nostro The Breakfast Club, al film che meglio di tutti definisce l’era di internet e la nuova America: è un film di vittoria e sconfitta, di innovazione e ispirazione tramite personaggi cinici e detestabili, è una metafora religiosa che parla di Dei moderni capaci di programmare le relazioni umane rimanendo estranei a ciò che li circonda, è un ‘opera complessa sulla complessità del mondo in cui viviamo oggi.



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