Cogan – Killing Them Softly di Andrew Dominik, con Brad Pitt, Richard Jenkins, James Gandolfini, Ray Liotta, Scott McNairy, Ben Mendelsohn. USA 2012
di Emanuele D’Aniello
Il regista neozelandese Andrew Dominik, al terzo film in carriera, ci dà il benvenuto al primo crime movie politico nella storia del cinema. Con la sua opera precedente, il lirico e maestoso L’Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, il regista aveva preso il genere americano per antonomasia, il western, per destrutturarlo e raccontare una tematica completamente diversa. Qui compie la stessa identica operazione, prendendo un altro mito del cinema americano, i film di gangster, per parlare di tutt’altro, raccontare dei giorni nostri e lanciare una delle critiche al sistema America più riuscite degli ultimi tempi.
L’intento di Dominik prende vita grazie ad un romanzo di George V. Higgins, “Cogan’s Trade” del 1974. La trama ed i personaggi rimangono, ma Dominik adatta il romanzo nel verso senso della parola: il setting viene spostato da Boston a New Orleans, dagli anni ’70 si passa al 2008, precisamente alla vigilia delle elezioni presidenziali che porteranno alla Casa Bianca il democratico Barack Obama, e la tematica è completamente diversa. Il regista crea un universo iper-pessimista, enormemente cupo, gretto, spietato, popolato da personaggi stupidi e violenti, che si lamentano continuamente di dover sistemare situazioni create da altri, e la cosa bella è che Dominik non sta parlando dei criminali, ma dei politici. L’allegoria non potrebbe mai essere al contempo così chiara ed efficace: i criminali sono i politici che invece di migliorare la situazione pensano piuttosto al ristabilire lo status quo, spesso mettendo ai posti di comando chi il problema lo aveva creato. Persino il personaggio di James Gandolfini, pur apparendo solo in due scene, è una metafora, rappresentando le persone vittime della crisi che sono rassegnate e non combattive.Killing Them Softly è in tutto e per tutto atipico, perchè non è solo un film che va visto, quanto un film che va sentito: i silenzi sono continuamente riempiti dalle televisioni o dalle radio che trasmettono i discorsi politici di Obama, McCain e Bush, il cui soggetto è sempre e soltanto la crisi economica, una vagonata di parole e promesse che cozzano con la realtà. I discorsi politici praticamente narrano e scandiscono il film, ricordandoci che la crisi economica ha colpito in particolare gli Stati Uniti per un semplice motivo, quello che ci ricorda nel finale il personaggio di Brad Pitt con un motto destinato a diventare iconico: “America is not a country, it’s a business”. In America tutto è business, ed è curioso che il cinema, terreno a dir poco fertile per il genere crime, non abbia mai raccontato il mondo criminale dal punto di vista più ovvio, quello economico. In tutto e per tutto una cupola criminale rappresenta il meccanismo più basilare di un sistema capitalista, ed è normale che la crisi colpisca anche loro: come una banca, anche una banda mafiosa prevede prestiti, debiti, crediti, interessi, costi da sostenere, soldi da sborsare per ingaggiare un killer. Partendo dall’analisi della criminalità organizzata, Dominik ci spiega che il sogno americano è morto, collassato e schiacciato sotto il perso dell’avidità e delle logiche del profitto, svuotato dall’azione di persone, che siano esse politici o criminali di basso livello, che pensano solo ai soldi. Dopotutto se ci pensiamo bene, notando come l’attuale crisi economica ha invaso pure il continente europeo ed è quotidianamente nei giornali e nei notiziari, le soluzioni e le dispute tra politici per aggiustare le distorsioni economiche del capitalismo non sembrano effettivamente una costante resa dei conti tra semplici giocatori d’azzardo?
E questa idea, questo concetto, questa presa di posizione coraggiosa, è trattata in maniera ancora più forte da una messa in scena cinematografica di alto livello. Perchè diciamolo, Killing Them Soflty è un film girato dannatamente bene. La solidità ed il realismo del film è garantito da un cast semplicemente perfetto, ricco di volti adattissimi per un film del genere, pieno dei migliori caratteristi in circolazione. Ray Liotta quando si racconta una storia criminale è sempre al posto giusto, Richard Jenkins non dove fare poi molto per risultare convincente, Scott McNairy e Ben Meldelsohn si confermano due talenti emergenti dal futuro assicurato, e James Gandolfini con solo due scene a disposizione ruba la scena a tutti, svelando un malessere interiore e molto umano che potrebbe appartenere a tante persone della middle-class americana. Brad Pitt fa il lavoro perfetto, donando il giusto carisma e magnetismo ad un personaggio già di per se iconico, e l’entrata in scena sulle note di Johnny Cash è subito immortale. Dominik conferma quanto di buono fatto nei due precedenti film, e ormai tre indizi fanno una prova, qui stiamo parlando di un regista dal valore assoluto. Padroneggia in maniera sicura l’immagine tra continui zoom e carrelli, col direttore della fotografia Greig Fraser dipinge un’estetica urbana che richiama alla mente i film degli anni ’70, e non perde mai occasione per donare significato a quanto appare sullo schermo: a metà film assistiamo ad una scena d’omicidio mostrata completamente in slow motion, una scelta stilistica che ha completamente senso (non un banale artificio visivo ripetuto fino allo stremo come fanno Zack Snyder o Guy Ritchie) e dona un’atmosfera magica, quasi romantica, ad un momento di violenza estrema. Ed il regista si trova a suo agio cambiando totalmente stile dal film precedente: seL’Assassino di Jesse James era sontuoso, elegantissimo, ricco di sguardi e silenzi lunghissimi, Killing Them Soflty è invece l’esatto opposto, il suo film più verboso, senza mai un attimo di silenzio considerando i discorsi alla radio, le splendide canzoni della colonna sonora o i dialoghi puramente pulp dei personaggi. E’ raro trovare un film che colpisce così profondamente nello stile e nel contenuto, con un messaggio politico capace di donare una nuova dimensione ad un intero genere, e che di dolce, oltre al titolo, non ha davvero nulla.


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