Blackhat – recensione

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di Emanuele D’Aniello

Ho evitato di leggere nelle ultime settimane le varie recensioni di Blackhat per non essere influenzato, ma ovviamente i vari giudizi non li ho lasciati sfuggire. La spaccatura, dopotutto, era evidente: molti critici web italiani hanno amato il film, ma proprio tanto, mentre quasi tutti i critici americani lo hanno massacrato, ma proprio tanto.

Come è possibile una difformità così netta di giudizio? E soprattutto, dato il massacro è stato davvero terribile, è davvero possibile che un maestro come Michael Mann abbia fatto un film talmente brutto?

Dopo la visione, duole dirlo ma devo schierarmi con i critici d’oltreoceano. Anche i mostri sacri invecchiano, dopotutto. 

Blackhat è un film di genere puro e semplice, e non è certo questo il problema. Anzi, se fosse solo e soltanto un onesto film di genere, un crime thriller banale ma ben confezionato, ne parlerei molto meglio. Il problema è che Blackhat ovviamente vuole essere qualcosa di più, e nelle mani di uno come Mann è già di per se qualcosa di più.

blackhatLe motivazioni e lo sviluppo dei personaggi sono assenti, i dialoghi orribili, l’ineluttabile romance tra i due protagonisti è una roba così scontata, e anche trattata male, che mai avrei pensato uno come Mann potesse dedicargli attenzione. Il contesto stesso del film va a farsi benedire molto presto, e il protagonista è l’hacker meno credibile mai visto prima: in primis, quale detenuto esce dal carcere così perfetto, e poi soprattutto quale hacker riesce a sparare così magistralmente, è addestrato nelle azioni di polizia e nelle lotte corpo a corpo??? Il problema enorme di Blackhat è tutto qui, in una narrazione stupida: se tutto come sempre si risolve con azioni di polizie e sparatorie, non si capisce a cosa serva far uscire un hacker di prigione.

Un peccato capitale per un film di Michael Mann, il cui cinema è sempre stato intriso di realismo, emozione, impatto. Qui invece ritrae una galleria di personaggi che potrebbe esistere solo e soltanto dentro un film. Cosa rimanere quindi del tocco di Mann? Tanto stile, la fotografia digitale ultranitida divenuta un marchio di fabbrica, l’amore per le riprese in spazi ampi e il solito occhio attento per le metropoli. Quello si è interessante, che sia Los Angeles, New York o Hong Kong il regista riesce sempre a trasformare le grandi città in universi stracolmi di contraddizioni e vitalità. Ma poi basta.

Blackhat è un cyber thriller che di cyber non ha nulla, a parte le riprese all’interno dei sistemi informatici, inutili e clamorosamente pacchiane. E’ Mann ad essere invecchiato oppure lui è soltanto l’ennesima vittima di un genere, quello dedicato ai film di hacker, che non funziona mai?

 

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