
Lion è un film che, senza mezzi termini, senza vie traverse, punta fin da subito dritto al cuore dello spettatore. Lo dico fin dall’apertura perché Lion è essenzialmente questo: un film di emozioni, fortissime, di sensazioni e sentimenti.
Quindi un film che, nella propria essenza per nulla cerebrale, parla a tutti nella maniera più universale e trasversale possibile, e ci chiede di reagire con altrettanto pathos. E allora sono diretto con un film diretto: a volte non basta.
Dico a volte, perché in alcuni casi l’emozione fa tantissimo, quasi tutto. Purtroppo però in Lion non si abbandona mai quel senso di artificioso, quel senso di costruito che costringe lo spettatore a commuoversi – e ci riesce pienamente sia chiaro, sfido davvero chiunque a non piangere nel finale – e poi finisce lì sul momento, ti abbandona. Un film che funziona in cui tutto è buono, dalla regia alla recitazione allo sviluppo della storia, ma a cui mancano i picchi e le vere eccellenze per lasciare il segno, si potrebbe chiedere di essere qualcosa di più della sola “macchina per le lacrime”: si poteva sperare di vedere i veri problemi dell’India, lasciata invece come spesso accade a mera scenografia, difficoltà umane incluse, per dare un tocco esotico, e si poteva sperare di analizzare il rapporto enormemente complesso tra fratelli (quello vero perso da bambino e quello acquisito con cui si è cresciuti controvoglia), invece solamente accennato. Lion prende altre strade, e cerca sempre il diretto invece del complesso.
Il punto allora è forse un altro: si può davvero criticare un film come Lion? Si può parlare male di una bellissima storia vera, di un bellissimo finale edificante e che dà speranza, di un film che trasmette ricche sensazioni di calore umano, di una pellicola confezionata bene in cui non ci sono veri e propri difetti? Probabilmente no, la risposta è “non se ne può parlare male veramente”, ma ciò non toglie che al cinema si possa cercare e volere altro, e che al vero cinema serva soprattutto altro.

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