
Ogni anno sono tante le storie di formazione che arrivano al cinema. Ogni anno però c’è qualche “coming of age” che sembra più preciso, più vero, più efficace di altri.
Lady Bird, come avrete facilmente capito, è uno di quei casi.
Greta Gerwig ha costruito un film che spruzza autenticità in ogni singolo fotogramma, ed è pazzesco come azzecchi i piccoli dettagli che tutti al liceo hanno vissuto. Soprattutto, è rimarchevole come il film accanto al racconto della giovane della protagonista riesca a diventare, al tempo stesso, una fortissima storia sull’educazione e sulle difficoltà di essere genitori. Insomma, rimanere indifferenti davanti a Lady Bird è davvero impossibile.
Il motivo è presto detto, e risiede proprio nella sua autrice. Il film è vero che si nutre del talento magnetico di Saoirse Ronan, dell’umanità di Laurie Metcalf e Tracy Letts, ma Lady Bird dal primo all’ultimo secondo, al 100% assolutamente, è tutto Greta Gerwig. Non è solo un racconto dal punto di vista autobiografico, e nemmeno il modo col quale l’autrice filtra i propri episodi e ricordi, ma è il suo punto di vista personale ad essere fondamentale. Lady Bird è un film vitale perché vitale è la sua creatrice, che non si limita a mostrare ed analizzare qualcosa ma letteralmente a celebrare qualcosa.
Lady Bird è la celebrazione dei piccoli attimi, dei momenti che sembrano grandi e poi non lo sono, delle amicizie, delle crisi familiari, dei problemi che solo l’adolescenza racchiude. Tutto, bello e brutto, è filtrato sotto un’ottica ottimista e intimista, che fa capire quanto sia prezioso ciò che passiamo e viviamo. Ogni singolo attimo.
La visione della Gerwig raggiunge qui un sentimento perfettamente compiuto ponendo Lady Bird come ideale capitolo finale di una trilogia non ufficiale, composta da Mistress America e Frances Ha. Solo ora, col senno di poi, capiamo che quelli non erano film di Noah Baumbach – non a caso il suo cinema, poetica e stile sono diversi – ma al 100% erano film di Greta Gerwig semplicemente diretti ad un altro. Una trilogia singolarissima perché temporalmente al contrario: Frances Ha è la difficile vita lavorativa dopo il college, Mistress America è gli anni al college, e adesso Lady Bird è agli anni del liceo in attesa di arrivare a quel tanto agognato college. A pensarci bene, adesso, notiamo come lo spirito e le caratteristiche della protagonista siano sempre le stesse.
Creare una trilogia a ritroso è un segno fondamentale del modo di intendere il cinema: per costruire le proprio storie la Gerwig vuole scavare, tornare indietro, capire cosa cambia una persona negli anni della formazione. Dopotutto, un altro elemento e protagonista essenziale di Lady Bird è il tempo: guardate come il film passa da una stagione all’altra, da una festa all’altra, sfumando letteralmente un anno dentro quello successivo. Un modo realistico di vedere il tempo che vola senza che noi ce ne accorgiamo, e anche un po’ gattopardiano nel mostrare come le persone cambiano ma le cose intorno no, o talvolta viceversa, ma mai insieme.
Se questo uso del tempo può ricordare Boyhood non credo che il paragone tematico sia azzardato. Entrambe le pellicole si concentrano su ragazzi, ma poi i veri protagonisti emotivi della vicenda sono i genitori. Lady Bird è un azzeccatissimo, seppur doloroso, ritratto delle difficoltà di essere genitori, dell’impossibilità di essere pienamente felici perché i figli camminano mentalmente e fisicamente su binari separati. Questo paradosso è forse il più grande pregio del film: Lady Bird racconta di una ragazza adolescente, ma sarà più apprezzato da adulti e trentenni, i quali vedono ritratte con onestà le loro difficoltà quotidiane, i primi, e con affetto i ricordi delle stupidaggini del passato, i secondi.
L’essenza di Lady Bird è tutta nella sua sincera verità: una madre e una figlia che parlano tra di loro, ridono insieme, poi litigano, poi tornano a parlarsi normalmente, tutto nel medesimo dialogo. Non è originale, forse, ma è qualcosa di più.

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