un giorno di pioggia a new york

New York è sempre più bella nei film di Woody Allen. Di registi newyorkesi che hanno ritratto la loro città in tantissime luci ce ne sono parecchi, ma Allen riesce sempre a mitizzarla, spesso oltre il dovuto, e farla arrivare allo spettatore come una favola nella quale tutti vorrebbero vivere. Persino con la pioggia.

Il primo punto di Un Giorno di Pioggia a New York è proprio quello della favola, perché alla fin fine, oltre i dialoghi frenetici, le battute intellettualoidi e le situazioni da commedia dell’arte, il film è una canonica rom-com alleniana. Con, in più, un po’ di freschezza grazie allo spirito giovanile dei suoi protagonisti.

Ormai Woody Allen non inventa più la ruota, non rivoluziona il proprio stile, e peraltro va benissimo così. Con le varie recenti diatribe personali che lo hanno colpito, è già tanto ritrovare questo film nei cinema, lasciarsi avvolgere dalla sua atmosfera, sorridere quando partono i sempre uguali titoli di testa bianchi su sfondo nero sotto note jazz. Col font sempre identico, ovviamente.

Forse, rimanere sempre uguale a sé stesso, persino riciclare battute, situazioni, personaggi e temi, è il segreto della longevità del cinema alleniano. Attenersi ad una attenta routine, come il Boris di Basta che Funzioni guarda caso, è la strada per non distrarsi e rimanere a pensare ad altro, probabilmente un pensiero negativo. Infatti il cinema di Allen negli ultimi due decenni è diventato molto negativo, anzi, è passato da pessimista a quasi nichilista. Non so se nel frattempo sia successo qualcosa, se lavorare con i giovani gli abbia fatto bene o se questa sia semplicemente l’eccezione che conferma la regola, ma Un Giorno di Pioggia a New York è realmente il suo film più positivo e autenticamente leggero degli ultimi quindici anni almeno. L’unico che gli si avvicina è stato Magic in the Moonlight, ma persino lì tutto su fondava su battute sulla religione e sul fatalismo dell’esistenza umana. Qui no, ci sono solo amori, turbamenti giovanili e puro divertimento.

La leggerezza, infatti, permette di concentrarsi sui dialoghi e sull’andirivieni di bizzarre situazioni. Allen può addirittura concedersi di essere sarcastico invece che caustico, mettendo in piedi una presa in giro a tutto campo del mondo del cinema, nel quale ogni figura coinvolta, che siano registi o sceneggiatori o attori, appare così meschina e debole da essere travolta quando, nel loro habitat, è inserito un elemento etereo e ingenuo come il personaggio di Elle Fanning. La semplicità distrugge come un tornado la forma di presunte star.

Ecco, più che la routine, il segreto di Allen è sempre stato questo. Portare al cinema pensieri di portata filosofica per poi esporli nella maniera più semplice possibile, più ironica possibile, con quel tocco leggero che ormai solo lui ha. E quando partono quei titoli di testa, quelle note di jazz, sappiamo ogni singola volta di poterci fidare di quel tocco.

 

Posted in

Una replica a “Un Giorno di Pioggia a New York – recensione”

  1. Avatar Rifkin’s Festival – recensione | bastardiperlagloria

    […] l’età di Mort Rifkin è dirimente. Dopotutto, le medesime situazioni di trama proposte in Un Giorno di Pioggia a New York lì trovavano un happy ending perché i protagonisti sono giovani: c’era […]

    "Mi piace"

Lascia un commento