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Seppur diversissimi per aspirazioni, intenzioni, aspettative e ambizioni, non si può non partire da Lady Bird per parlare adesso di Piccole Donne. Precisamente, si deve ripartire da come Greta Gerwig gestisce nei suoi film il concetto del tempo.

In questa particolare attenzione, che la avvicina così intensamente al cinema di Linklater, Greta Gerwig riesce sempre a catturare non solo i problemi della vita (l’impossibilità di fermare il tempo che passa velocissimo è forse il più grande cruccio che abbiamo) ma soprattutto l’evoluzione delle dinamiche relazionali. Il cinema, tra tutte le forme d’arte esistenti, è probabilmente l’unica che ha gli strumenti per provare, seppur nella finzione ovviamente, a cristallizzare il tempo, e la Gerwig ne è pienamente consapevole.

Dopotutto, prendere Piccole Donne per raccontare l’ennesima storia lineare non poteva essere un vero motivo d’interessante per qualcuno al giorno d’oggi, figuriamoci per una delle autrici più frizzanti e brillanti in circolazione. Ugualmente, prendere il romanzo di Louisa May Alcott per ergerlo a simbolo del femminismo odierno era necessario, un punto sia di partenza sia di arrivo, ma non poteva essere tutto, non essere l’unico fulcro.

E allora Greta Gerwig, nella sua operazione di adattamento, ha fatto ciò che proprio il tempo fa: cambiare per rimanere sempre uguale. Uguale, perché alla fine il racconto di Piccole Donne è esattamente quello che conosciamo e che generazioni hanno amato e continuano ad amare, il racconto delle sorelle March e della loro inesauribile spinta vitale. Ma diverso al tempo stesso, non solo per la scomposizione cronologica (una decisione azzeccatissima seppur non rivoluzionaria) ma soprattutto per l’approdo tematico che cambia il finale del romanzo e dona un senso pienamente contemporaneo ma sensatissimo allo sviluppo dei personaggi. Insomma, un tradimento fedelissimo (già una cosa che fece Sally Potter con la sua trasposizione di Orlando di Virginia Woolf).

Forse non è giusto che proprio io, un maschio che ha superato i trenta anni, parli della lezione sul femminismo e sul ruolo della donna proposto dal film. Non mi va di fare mansplaining, non sarebbe corretto. Allora, come avrete capito, mi piace concentrarmi su quanto sia bello il concetto del passaggio del tempo in Piccole Donne, come questo sia visto come un flusso in costante movimento non deleterio, come un’ondata che, tramite la scomposizione cronologica, avvicina i ricordi dell’adolescenza ai momenti dell’età adulta perché questi ultimi partono tutti dal passato. E il tempo visto sotto la lente di Greta Gerwig non muta le persone, non le peggiora, semmai dona sempre nuova prospettiva, forma e forza ai sogni delle protagoniste. Tempo che trasforma i desideri in gridi di libertà da rispettare sempre e comunque.

E il tempo umano, grazie appunto al finale del film rivisto rispetto al romanzo, diventa anche tempo storico: desideri e sogni diventano azioni perché ora, col passare del tempo, fortunatamente le donne hanno scelta e strumenti per farlo. Greta Gerwig non ha corretto la visione di Louisa May Alcott, semplicemente (ma di semplice c’è ben poco) col lusso del tempo passato ha potuto fare ciò che, chissà, Alcott avrebbe già voluto fare allora.

 

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Una replica a “Piccole Donne – recensione”

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