Damiano D’Innocenzo e Fabio D’Innocenzo sono bravi, bravissimi, senza alcun dubbio.
Sarebbe bello, però, che lo dicano anche gli altri prima di loro stessi nei propri film.
Favolacce, infatti, è un film che potrebbe fare solo chi crede di aver trovato la chiave per tutto. E sia chiaro fin da subito, credo che nel mondo del cinema avere ambizione, sfacciataggine, fiducia estrema, persino arroganza e voglia di prendersi molto sul serio, possano essere pregi invece che difetti.
Ma sia altrettanto chiaro, ritengo che questi elementi siano pregi, grandi pregi (moltissimi grandi autori sono spesso e soprattutto autori arroganti) quando aiutano altre caratteristiche ad imporsi, altre visioni ad emergere. Nel caso dei fratelli D’Innocenzo, invece, ritengo che sia già tutto emerso, e ci sia solo la sfacciataggine in prima fila a dominare, e basta. Favolacce è il manifesto di ciò, non a caso.
L’idea del film, per quanto non originale (ma per carità, non si può pretendere sempre l’originalità nel 2020, e non è veramente un problema per un film) è certamente buona e affascinante: mostrare lo schifo, non c’è altro modo di definirlo, nella vita quotidiana di famiglie di periferia, vedere il marcio nelle relazioni dentro i nuclei familiari e quanto i comportamenti malsani dei genitori danneggino i figli in fase di crescita.
Mostrare va benissimo, poi analizzare è ben altra cosa, e Favolacce non ci riesce.
Non ci riesce perché, pur creando una buonissima atmosfera raggelante, rimane spesso in superficie per scelta volontaria. Il tono del film, costantemente indeciso tra crudo realismo e favola nera, guarda sempre ogni episodio, ogni personaggio, con singolare distacco. Quello di cui si nutre, da un certo punto di vista, anche il cinema di Michael Haneke, che pare essere una ispirazione di Favolacce: ma Haneke è un autore davvero cinico, davvero freddo, con una personale scarsa fiducia nel mondo, mentre il cinismo proposto dai D’Innocenza è del tutto costruito a tavolino. Dalla resa estetica, che sceglie di essere bellissima mostrando qualcosa di bruttissimo, alla scelta di dialoghi e situazioni, che suonano quasi sempre finti.
Basta prendere la scena in cui il figlio del personaggio di Elio Germano, dopo pochi minuti di film, durante la cena si strozza per qualche secondo col cibo: la ripresa avviene da lontano, in alto, completamente distaccata da ciò che accade. Sceglie di non avvicinarsi, di non entrare per percepirne veramente la paura, e decide che lo spettatore deve rimanere là a osservare da fuori un momento, invece, molto “caldo”.
Tutti i film sono costruiti, naturalmente, ma la costruzione è sempre la forma di una sostanza che in Favolacce latita. La narrazione scelta dai D’Innocenzo è semplicemente quella di costruire una crescente e costante orgia di nefandezze, scavare un pozzo senza fondo di squallore, senza indagare cosa ci sia dentro, perché si finisce in quel pozzo, e l’univoca cifra proposta via via si appiattisce. Questa overdose di negativa rimane in superficie perché se tutto è negativo, se ogni personaggio è negativo e uguale a tutti agli altri nella propria sporcizia, non c’è più una differenza emotiva, una misura per quantificarla e qualificarla.
Personaggi e situazioni sono stereotipi fin dal principio: l’assenza di umanità mostrata nel film non è allora un traguardo del senso complessivo del film, un approdo empatico con cui fare amaramente i conti, ma una banale incapacità aprioristica di comprenderla. Generalmente, tutti i “cattivi” sono umani e hanno dentro un barlume di umanità, questa è la base dell’empatia, ma i “cattivi” di Favolacce vivono l’assenza di umanità semplicemente perché sono disegnati così, come direbbe Jessicca Rabbit, un carattere maggiormente tridimensionale di quelli qui visti.
La prosopopea con cui si sceglie di raccontare la visione dei più piccoli non diventa mai puramente cruda, mai veramente dura, come riesce nei medesimi temi solitamente Harmony Korine, perché non ha quello stesso coraggio brutale necessario per entrare veramente nello schifo che si vuol proporre allo spettatore. Il realismo nel ritrarre la società e la verità nel concepire personaggi problematici non si approfondisce mai, come riesce nei medesimi temi solitamente Todd Solondz, perché non ha quello stesso occhio disperato che vive in prima persona il dolore e capisce, pertanto, come repellere chi sceglie di guardare i suoi film.
Qui in Favolacce il bello è più importante, la scelta del dettaglio e della luce giusta è primario, il senso estetico deve essere vanamente poetico, perché bisogna far vedere quanto si è bravi prima di approfondire qualcosa. Io ho capito che la periferia può essere brutta e spietata, che i genitori che la popolano possono non essere modelli da imitare, che il dolore vissuto ha conseguenze sugli altri con cui ti circondi, ma in questa monotematica compilation di atti ripugnanti e momenti nauseanti Favolacce non mi ha detto il perché è così, perché ciò accade, cosa c’è sotto.
Però alla fine i D’Innocenzo sono bravi, bravissimi, e questo è chiaro.


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