Con la visione di Capone avevo in programma di scriverne la recensione, come faccio normalmente per i film in uscita (anche se questo arriva in VOD, ma ci siamo capiti). Ma adesso, dopo averlo visto, so che Capone non può essere definito come un film, e non so nemmeno bene cosa sia in realtà, pertanto questa non può essere una vera recensione.

Posso scrivere solo un qualcosa di anarchico di fronte a un’opera così surrealista, randomica, priva di senso e profondamente brutta. Un qualcosa che non si sa bene da che parte voglia andare a parare, e cosa al tempo stesso voglia dire. Prendere un personaggio come Al Capone per non raccontare mai Al Capone, non fargli mai essere lungo tutto il film Al Capone, è già singolare di suo (un tentativo curiosamente già fatto in Italia proprio quest’anno con Hammamet, e infatti i due film condividono la medesima premessa: protagonisti visti nell’ultimo anno di vita nel loro esilio).

Ancor più singolare, oltre il concepirlo, è poi azzardarsi a propinarlo ai nostri occhi. Una vicenda senza senso che avanza tra dialoghi inutili e scene girate malissimo. Una escalation di momenti ripetitivi (abbiamo capito che Capone sta male, non c’è bisogno di farlo strozzare, farlo cadere, dargli un problema fisico cento volte) e assurdità intellegibili, come la lunga sequenza onirica che pare uscire completamente da un altro film.

E poi, ovviamente, c’è lui. Quello che, leggo nelle note, perché altrimenti non lo avrei mai capito, sarebbe Al Capone. Tom Hardy ha deciso improvvisamente, e gliene siamo grati, di regalarci la peggior performance della sua carriera, e una delle cose più ridicole  mai viste sul grande schermo. Non è aiutato dal film, questo è ampiamente palese, tra il trucco tremendo che lo fa più assomigliare a un Marlon Brando in via di decomposizione e scene risibili che lo vedono fuggire indossando abiti femminili come già capitato a E.T.

Però, oltre a questo, non si capisce davvero cosa Hardy stia cercando di fare, cosa voglia fare. Un accento che non esiste, e non ricorda minimamente quello italo-americano, nemmeno si sforza a farlo. Movimenti goffi che non sembrano quelli di un malato, ma solo di uno con problemi intestinali. Una voce stridula che, quando non rantola, pare quella di Paperino. Quegli occhi che non sanno dove guardare, come guardare e perché guardare qualcosa.

Un monumento al cinema trash è questo Capone, col suo protagonista che passa metà film con un carota in bocca come fosse un sigaro. Già questo dovrebbe far capire che razza di involontaria accozzaglia di nulla avanguardista è questo “film”.

 

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