Non siamo dalle parti di Victor Hugo, state tranquilli. Non ci sono Fantine e Cosette, Javert e Gavroche. Eppure, il loro spirito e soprattutto le loro tribolazioni sono presenti in questo contemporaneo I Miserabili. Perché, pur non essendo un adattamento dell’omonimo romanzo, il regista Ladj Ly dimostra che la Francia attuale non è meno sofferente, meno difficile, meno dilaniata da conflitti sociali di come era due secoli fa.

E qualcuno potrebbe persino obiettare che, nonostante il parallelo sia già di per sé efficace e potentissimo, il film non scopra certo l’acqua calda.

Quante volte abbiamo visto film che raccontano i soprusi della polizia a danno di persone inermi, spesso gente povera o proveniente dalle categorie sociali più deboli, ai margini? Innumerevoli volte. Nello specifico francese, quante volte abbiamo visto storie che raccontano il problema dell’odierna Francia multiculturale, in equilibrio fragilissimo tra odio e integrazione, tra respingimento e assimilazione? Ladj Ly non è certo il primo a portare il mondo delle banlieue al cinema.

Eppure, I Miserabili una grossa differenza ce l’ha, il regista una chiave di lettura diversa per raccontare in maniera interessante qualcosa di già noto l’ha trovata. E si chiama banalmente, appunto, cinema. Con la C maiuscola.

Scritto con estrema attenzione e cura nel ribaltare le aspettative, e girato ancora meglio, con dinamicità e forza espressiva, I Miserabili è un film che sprizza cinema in ogni momento. Quando accade esattamente ciò che lo spettatore si aspetta – perché visto proprio in tanti altri film simili – il film fa sempre inversione a U e cambia di colpo. Si rigenera a ogni blocco, ravvivando la propria struttura e nutrendosi di ciò che mostra e analizza. Si può ancora prendere qualcosa di non sorprendente e renderlo avvincente, cambiando pelle appena si capiscono le mutevole esigenze dello spettatore (soprattutto quelli con una bassa soglia d’attenzione) durante la visione.

Nella prima parte, I Miserabili sceglie un approccio quasi naturalista e ha la forma del dramma documentaristico. Attraverso la ronda di tre poliziotti nelle strade di un quartiere parigino scopriamo un mondo stratificato e complicato, e anche l’attesa alla fermata di un autobus è vissuta con estrema tensione. Nella parte centrale il film prende la forma di un thriller classico, ansiogeno ed energico, nel quale un evento che in altri film simili sarebbe stato il climax, qui è vissuto come la normale routine dannata del perenne scontro tra polizia e poveri nelle strade. Infine, nell’ultima parte, dopo aver esplorato ancora di più i sentimenti dei personaggi, dopo aver fatto ribollire motivazioni e bisogni della bolla d’odio che circonda la storia, il film esplode in un action che non fa prigionieri, accelera a tutto gas ogni cosa visto finora, e ci lascia solo quando non è più necessario capire chi ha torto o ragione, perché il danno umano arrecato è più profondo  di ogni toppa ipotizzata razionalmente.

L’Odio incontra Fa la Cosa Giusta che incontra The Raid, citazioni che non possono non essere fatte perché, come detto, I Miserabili corre su una strada già solcata da altri. Ma corre in maniera indipendente, fortissima, inarrestabile, esprimendo la massima energia del mezzo e del pensiero cinematografico coniugata al malessere interiore di chi vive e respira le strade di una Parigi sempre sull’orlo del cataclisma per una diversità mai pienamente accettata, sempre fonte di diseguaglianze razziali, sociali, economiche.

Questo è cinema che, pur facendo male, cattura con una visione completa e sempre soddisfacente.

 

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