
Quando noti che quasi tutti i personaggi in Greyhound li avrebbe potuti interpretare Tom Hanks, non solo il protagonista come accade, capisci che questo film è letteralmente estensione, se non copia carbone, della sua immagine pubblica e privata che tutti conoscono. E amano, ovviamente.
Perché in Greyhound, thriller ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, non c’è un solo personaggio che alzi un sopracciglio, per non dire la voce, che sia preso dalla rabbia o accenni un qualche subbuglio. C’è molto garbo, molta pacatezza, e quando il tumulto arriva è sempre mischiato al senso del dovere, e quindi interiorizzato.
Scorrendo la filmografia di Hanks (anche come produttore) capiamo quanto i racconti di guerra, e i gesti d’eroismo silenzioso legati a protagonisti poco noti, gli piacciano. Tutto ciò va quindi amplificato in Greyhound perché Hanks lo ha addirittura scritto. Le sue caratteristiche attoriali sono qui estese nella scrittura, e tale efficace semplicità è forse la cosa migliore del film: appassionare, far salire la tensione, in momenti nei quali non succede sostanzialmente niente, le scene madri con picchi di climax sono assenti e l’elemento thriller è tutto giocato tra mappe nautiche, segnali radar e comunicazione alla radiotrasmittente.
Tutto ciò funziona. Ma è l’unica cosa che funziona. Perché è l’unica cosa c’è nel film.
Spogliato di ogni eccesso, asciugato fino allo stretto indispensabile, il film è la stessa scena, la stessa tensione, lo stesso sentimento ripetuto lungo tutta la sua durata (che almeno, molto saggiamente, si limita ad appena 80 minuti). Non ci sono picchi perché il film non li vuole e non li cerca, ma ciò taglia costantemente le gambe a un qualsivoglia sviluppo narrativo, a una qualsiasi introspezione di personaggi e situazioni. Il capitano protagonista è un bravo cristiano, una brava e pacata persona, ed è tutto ciò che sappiamo di lui, tutto ciò che lo definisce, tutto ciò che lo guida. Un personaggio monodimensionale per un film monodimensionale.
E così, sopratutto per la sua breve durata, Greyhound è efficace nel costruire l’ansia e creare un inno ai silenziosi atti di eroismo, che non necessitano di epicità perché sono atti dovuti quando una persona è spinta da morale e buoni propositi. Ma questo inno, questi buoni propositivi, finiscono per essere semplicistici e piatti, così ostinatamente discreti da risultare persino superficiali. Quasi a far capire, ed è assurdo perché era l’intento opposto del film, perché della storia di Greyhound si fossero tutti dimenticati nel corso dei decenni.

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