
Dobbiamo, per forza di cose, partire dalla gigantesca prova di Elio Germano.
Perché se c’è uno che, oltre a volerlo, riesce davvero a nascondersi, quello è l’attore: il protagonista sparisce nel corpo, nelle rughe, nei difetti, nelle nevrosi, nelle paure, nei dolori e nei deliri di Antonio Ligabue, e porta alla luce un ritratto sincero e potentissimo. Praticamente è impossibile non volergli bene, pur nelle sue spigolature, perché sono umane e figlie delle umane sofferenze vissute: Germano regge sulle sue spalle, qui molto ricurve, l’intero film, lo travolge e domina.
Poi però, a nascondersi, è anche il film stesso. Devo essere sincero: Volevo Nascondermi è un film che mi è rimasto tremendamente in superficie. Forse è un mio limite, ma in realtà la connessione emotiva col protagonista c’è stata, e potente. Devo dedurne che il film, oltre alla rappresentazione biografica del suo protagonista, non offre molto altro. Oltre a una affettuosa raffigurazione del mondo emiliano rurale, cheil regista Giorgio Diritti conosce bene per provenienza, non offre molto di più.
I biopic, si sa, rischiano sempre di essere un riassunto linearmente semplice della vita del soggetto protagonista, e poco più. Per questo affollano spesso la tv, essendo racconti efficaci e diretti per tutti. E onestamente, non mi sembra che Volevo Nascondermi abbia intrapreso chissà quale altra strada rivoluzionaria se non adagiarsi nel solco dei biopic tradizionali. Certo, non rifugge le asperità dei problemi di Ligabue, e lo stile minimalista scelto è molto cinematografico. Ma la narrazione non offre mai chissà quale spunto tematico, riflessivo, controverso o catartico che possa essere. E già da metà, quando il percorso artistico di Ligabue è iniziato e avviato, il film diventa un tranquillo e lineare racconto della vita del protagonista, come se stessimo leggendo una pagina online su Ligabue. I tormenti e i dolori del protagonista ci sono sempre, ma quelli arrivano grazie ai grugniti interiori e esteriori di Elio Germano, non grazie alla sceneggiatura o alla regia.
E allora Volevo Nascondermi si adagia sulla tranquilla dimensione didattica e didascalica, certamente efficace e necessaria a introdurre Antonio Ligabue alle nuove generazioni, ma che nulla aggiunge a ciò che già si conosceva, che poco scava nelle radici della solitudine umana (se non tornare all’infanzia, come avrebbe fatto il più banale degli sceneggiatori), e ancor meno restituisce a chi vorrebbe capire come si può vivere, da dove derivi e come sviluppi, solo con una misteriosa urgenza artistica dentro di se.

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