I lacci sono, banalmente, quelli delle scarpe, che danno vita ad una scena chiave del film di Daniele Luchetti. I lacci sono anche, ovviamente, quei legami fondamentali che tengono legate due persone lungo il corso di un’esistenza, nonostante ciò che può accadere, e poi tengono legate le conseguenze dell’impossibilità di sciogliere quei lacci stessi.
E lacci sono anche, chiaramente, quelli che tengono incatenato il film a terra, in una dimensione superficiale da cui non riesce a staccarsi, da cui non riesce a fare il salto di qualità atteso, voluto e necessario.
E così si rimane legati (la metafora con i lacci la finisco qui, lo giuro) al romanzo di partenza scritto da Domenico Starnone, presenza che figura anche tra gli sceneggiatori del film. Non so se la scelta di non tradire mai il libro fosse voluta o implicitamente recondita, ma quello che ora ci rimane davanti agli occhi è una copia pedissequa delle pagine letterarie (laddove è stato possibile adattare fedelmente col mezzo cinematografico) solo nella forma e non nella sostanza.
Lacci, e stavolta uso finalmente il termine solo come titolo del film, è un racconto dilatato nel tempo, che diventa anche multi-generazionale, sulle difficoltà personali e l’incapacità di prendere decisioni, o il troppo coraggio nel prendere quelle sbagliate, che si riverberano in un matrimonio lungo decenni. Questo, perlomeno, è ciò che esce dal film. Ma il discorso esistenziale, e perché no anche psicologico, sulla forza dei legami, spesso dolorosi più che felici, che intrappolano una vita intera, non esce dal film e rimane tutto dentro, imploso, finendo per essere solo un pensiero chiuso nelle scatole dei ricordi del protagonista maschile. Lacci non ha mai un sentimento travolgente, non ha mai la forza devastante che sconquassa , è un già visto e sentito racconto sull’infelicità personale. I ricordi, i rimpianti, le insicurezze non sono indagate, ma banalmente mostrate e dette.
Tali mancanze non riescono, comunque, a rendere Lacci un brutto film, che in realtà come dramma rimane godibile e attento, interessante e ben recitato. Ma quei freni lo rendono senz’altro un’opera incompiuta, più superficiale di quanto dovrebbe essere, più spenta di quanto interiormente dovrebbe essere, meno empatica di quanto voglia in realtà apparire.


Lascia un commento