Va chiarito subito che il primo Borat e questo secondo Borat sono due film profondamente diversi, e non potrebbe essere altrimenti per svariati motivi. Non uno migliore e l’altro peggiore, semplicemente molto diversi.

Il primo, in quello che sembra ormai un preistorico 2006, era un film essenzialmente antropologico e sociologico. Comico all’inverosimile, dissacrante e isterico, attraverso l’irriverente lucida follia di Sacha Baron Cohen voleva svelare le idiosincrasie innate in una certa parte del popolo americano, con la forma filmica del documentario recitato.

Ora, ben 14 anni dopo, tutto ciò è impossibile da replicare, e anche consapevolmente, con grande intelligenza, Cohen non cerca quella strada. Non solo per non ripetersi, ma proprio perché le condizioni sono mutate. Drasticamente.

Prima cosa, ora tutti conoscono il personaggio Borat, e Cohen per giostrare la propria satira deve camuffare un camuffamento, diventando una sorta di matrioska comica. Tale riconoscibilità frena la forza anarchica di alcune scene: è palese che alcuni personaggi siano attori che cercano di recitare come fossero persone normali, e la carica di stupore dello spettatore non può essere la medesima. 

Questo aspetto è decisivo per capire l’altro punto di novità di questo sequel: Borat seguito di film cinema è un film fatto e compiuto, pensato e realizzato come tale, a differenza del primo. Cohen, di fronte all’inefficacia contemporanea di alcune trovate di 14 anni fa, ha realizzato una vera e propria storia, con una vera e propria trama, con dei pretesti narrativi e un finale, lasciando anche molta scena alla rivelazione Maria Bakalova, attrice bulgara semplicemente strepitosa nel suo coraggio e nella sua foga comica. Questo Borat seguito di film cinema sceglie di creare un collante narrativo o una giustificazione scenica per ogni gag e ogni momento, mentre nel primo film era lo shock continuo dello spettatore a guidare la narrazione. 

E questo ci porta dritti all’altro discorso fondamentale, quello sulla sostanza del contenuto offerto da Cohen. Se, come detto, il primo film era un esperimento antropologico, questo Borat seguito di film cinema è invece un film politico fatto e finito. Se 14 anni fa Cohen volevo mostrare al pubblico le ipocrisie dell’unicità americana, senza quindi cercare un bersaglio precisissimo, ora invece quel bersaglio lo ha ben chiaro e visibile, e ciò gli permette di lavorare sulla forma, sui colpi da sferrare e come farlo. Se nel 2006 mostrare quel razzismo insito nella società americana fu una sorpresa, ora che nel 2020 quel razzismo non è più nascosto, ma anzi è diventato uno slogan di molti politici e motivo di vanto, e il pubblico si è quasi tristemente abituato, allora i colpi devono essere più diretti invece che sottili, e la comicità di conseguenza deve diventare più comprensibile invece che assurda. La scelta di rendere il suo messaggio politico lo espone ovviamente a dei limiti – il fatto di parlare solo a una parte di pubblico, quella peraltro già convinta delle idee del film prima di vederlo, e lenire la satira puntando più sull’indignazione che sulla risata – ma Cohen affronta ogni passaggio con piena consapevolezza e grande divertimento.

Borat seguito di film cinema è pertanto pienamente riuscito, e soprattutto sorprende ancora: stavolta non per la sua carica esplosiva, ma per come propone personaggi e storia. Alcuni diranno che fa ridere meno del primo film e diventa più retorico, il che può anche essere vero, ma all’isteria stavolta Cohen ha preferito l’approfondimento, senza perdere mai l’ironia: un finale così perfetto, così assurdo, così geniale, così acuto, così esilarante, così coraggioso, così straniante, così persino toccante, poteva succedere solo con Borat, pur con tutte le ovvie differenze tra 2006 e 2020. 

Wawawewa a tutti. 

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Una replica a “Borat seguito di film cinema – recensione”

  1. Avatar I 10 Migliori Film del 2020 | bastardiperlagloria

    […] Borat seguito di film cinema è un film politico fatto e finito. Se nel 2006 mostrare il razzismo insito nella società americana fu una sorpresa, ora che nel 2020 quel razzismo non è più nascosto, ma anzi è uno slogan di molti politici e motivo di vanto, e il pubblico si è quasi tristemente abituato, allora i colpi devono essere più diretti invece che sottili, e la comicità deve diventare più comprensibile invece che assurda. La scelta di rendere il suo messaggio politico lo espone ovviamente a dei limiti – il fatto di parlare solo a una parte di pubblico, quella peraltro già convinta delle idee del film prima di vederlo, e lenire la satira puntando più sull’indignazione che sulla risata – ma Sacha Baron Cohen affronta ogni passaggio con piena consapevolezza e grande divertimento. LEGGI LA RECENSIONE […]

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