Netflix 'Rebecca' adaptation is more modern, but it loses the novel's  distinctiveness

Premessa, qui non si parlerà del romanzo Rebecca originale e tantomeno del film di Hitchcock del 1940. Ogni paragone sarebbe ingiusto, oltre che ingeneroso.

Quello di Bean Wheatley, dopotutto, è un nuovo adattamento e una nuova interpretazione, che nasce per il pubblico odierno e soprattutto per l’uso e consumo di Netflix. Paletti essenziali per capire già l’idea dietro l’opera e come vorrebbe essere resa fruibile. Tali premesse, però, possono essere solo spiegazioni a priori, e non diventare giustificazioni a posteriori verso quello che è un film profondamente sbagliato.

Romance, noir, procedural: questi sono i tre genere di riferimento su cui si fonda la storia di Rebecca. Tre generi diversi, difficili e affascinanti che andrebbero fusi, alla ricerca di una chiave lettura comune e di un tono coerentemente uniforme, per metterli al servizio dei temi della storia raccontata, ovvero l’ossessione, il passato, l’identità, la doppiezza. Ovvero, tutto ciò che questa versione di Rebecca datata 2020 non riesce a fare.

Non che io, mentre batto i tasti del mio computer, voglia insegnare a uno come Wheatley come fare un film. Ma, nell’analizzare pregi e difetti, pare fin troppo evidente quanto l’operazione di adattamento sia sballata fin dal principio, fin dalla radice. Invece di lavorare e fondere quei tre generi sopracitati, Wheatley li divide in tre blocchi ben distinti, realizzando tre film in uno senza dar respiro e approfondimento ad ognuno di essi.

Si parte con una prima parte da film romantico che banalizza verso il racconto rosa ogni sentimento e psicologia dei personaggi, con una patina ipersaturata che colpisce gli occhi (se Wheatley voleva realizzare Il Grande Gatsby, poteva prendere quel romanzo invece di Rebecca). Si passa poi per una parte gotico-noir che vorrebbe incutere inquietudine, e invece è abbandonata solo all’uso della forma, della scenografia e a qualche inquadratura da B movie d’antan. Si finisce poi con un thriller procedurale che, invece di svoltare la storia, didascalizza tutto ciò che mostra.

Ok, ora qualcuno potrebbe dire che si è in presenza, in base a quanto scritto, del più brutto film di sempre. In realtà non è assolutamente così. E qui ritorno alla definizione di film sbagliato, non di film terribile, e alla premessa della sua fruizione. Duole dirlo vedendo il panorama cinematografico contemporaneo – e anche la filmografia di Ben Wheatley che merita opere di ben altro spessore – ma questo è a tutti gli effetti un prodotto realizzato per gli algoritmi di Netflix. Immaginate uno spettatore che non sa nulla del romanzo, che non ha mai visto il classico hitchcockiano del 1940, che non può fare paragoni e nemmeno pensare al passaggio di ruolo da Laurence Olivier alla monoespressività di Armie Hammer: per lui o lei il film sarà una storia ricca di colpi di scena, una storia d’amore tragica, ma ricca di speranza, in cui si mettono in mezzo la vita e il passato. E andrà bene così.

Rebecca è un film sbagliato, senza se e senza ma, eppure è il film giusto per essere la storia avvincente d’evasione che si cerca ora andando sulle piattaforme streaming. Che poi sia giusto prendere un grande romanzo solo per limitarlo a una storia d’evasione, questo è un altro discorso per qualche altra sede.

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