
Immaginate che il padre di Cleo, la bambina di Somewhere, sia Bob Harris, il protagonista di Lost in Translation, ora entrambi piuttosto cresciuti, e la dinamica di On the Rocks è servita.
Giustamente si matura, e per linguaggio e situazioni mostrate, questo è un film che la regista avrebbe potuto concepire solo ora, solo alla viglia dei 50 anni con una famiglia ormai formata. E giustamente ci si adatta, scegliendo un tono vagamente più leggero e scenari leggermente più semplici, più quotidiani, per realizzare un film destinato allo streaming, figlio dell’anno 2020. Ma non si cambia mai del tutto, e così anche On the Rocks è un film che appartiene pienamente alla cifra stilistica di Sofia Coppola, solo e soltanto alla sua.
Se i precedenti film affrontano la solitudine e l’alienazione personale, soprattutto femminile, On the Rocks li filtra attraverso le problematiche relazionali, attraverso la routine della vita matrimoniale e del diventare madre, quando si perdono gli interessi e l’energia giovanile che c’era prima. E se è palese che la poetica di Sofia Coppola sia proiettata nella sua eroina femminile, una Rashida Jones perfettamente in parte (anche lei, nella vita vera, sa benissimo cosa vuol dire avere un padre ingombrante), già come accaduto quasi due decenni fa con Lost in Translation, appena Bill Murray arriva la scena è tutta sua.
L’attore, come sempre, pur recitando in sottrazione, riesce incredibilmente a fondere la sua figura pubblica a quella del personaggio fittizio chiamato a recitare, donandogli un’aura di fascino e simpatia che pochi altri sono in grado di ottenere con simile naturalezza. E da questo magnetismo è stregata in primis Sofia Coppola, che esattamente come con Lost in Translation non riesce a non pendere dalla sua parte, a non renderlo simpatico prima ancora che empatico, a fargliela sempre passare liscia pure quando propone spigolature di carattere e pensieri che appartengono a altre epoche. E così, se la Laura di Rashida Jones è la protagonista letterale del film, è evidente come il Felix di Murray sia il protagonista emotivo e tematico di On the Rocks.
Grazie anche ad una trama che vuol rimanere il più possibile semplice – la risoluzione del “grande mistero” sull’eventuale tradimento del marito di Laura è piuttosto intuibile fin da subito – On the Rocks con raffinatezza affronta il tema del legame tra un padre e una figlia che poco si conoscono, e il senso di colpa che ne deriva, seppur tenuto implicito. Ogni azione di Felix è mossa da un senso di responsabilità paterna che sente intimamente di non aver svolto; ogni sua parola è un suggerimento su quello di sbagliato che in realtà lui avrebbe fatto da giovane, come se volesse inconsciamente che la figlia, invece di scoprire le magagne ipotetiche del marito, scoprisse e finalmente realizzasse le sue mancanze di genitori, perché lui non ha il coraggio di ammetterle.
Nel fascino di una Manhattan notturna che sembra appartenere a decenni fa, nella musicalità di situazioni divertenti e ironici equivoci che sembrano uscire da un film di Woody Allen, Sofia Coppola riesce ancora una volta ad affrontare momenti di solitudine e ossessioni paterne, elementi autobiografici stavolta trattati con garbo e col sorriso. E quando arrivano le urla, elemento quasi insolito per i suoi film spesso silenziosi e repressi, non arrivano per cambiare situazioni o personaggi, ma per capirsi e accettarsi senza più timori. Questo è veritiero, questo è l’esatto approdo di un’autrice che ha sempre saputo come inserire la vita vissuta nella finzione.
Senza inventare la ruota, insomma, On the Rocks è un nuovo tassello, probabilmente il più diverso finora, nella carriera di Sofia Coppola. Un tassello che probabilmente non lascia travolti come i precedenti lavori, ma va lasciato libero di accarezzarci come una delicata brezza di vento durante un inseguimento notturno in auto nelle vie di Manhattan.

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