Amore. Passione. Solitudine. Lontananza. Città. Cibo. Luci. Colori vividi. Canzoni pop. Slow motion. La fotografia di Christopher Doyle. E ancora amore.

Insomma, se trovate tutti questi elementi insieme, è molto probabile che avete di fronte un film di Wong Kar-wai. L’autore, nato a Shangai e cresciuto a Hong Kong, è diventato da metà anni ’90 uno dei registi asiatici cult per antonomasia, in grado con pochi film di costruire uno stile talmente evidente, e talmente convincente, da conquistare un posto di rilievo nella storia del cinema romantico e non solo.

Annacquando spesso la linearità e le convenzioni in favore dei sentimenti e dell’atmosfera, il cinema ellittico di Wong si fonda su storie interconnesse, sull’uso di colori saturi che invadono lo schermo, sulla costruzione della messa in scena che, pur nella totale formalità estetica, è basata sulla sostanza interiore di sentimenti e sensazioni inspiegabili a parole. Tutto ciò a favore di temi costanti che tornano sempre, come amori romantici spesso travagliati, tempo che scorre lontano da casa e ricerca di identità interiore.

In attesa di suoi nuovi lavori, proprio mentre in America si torna a parlare di lui grazie all’uscita di un cofanetto speciale a lui dedicato, noi celebriamo Wong Kar-wai come meglio sappiamo fare: con un bel classificone.

 

10.  UN BACIO ROMANTICO  (2007)

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Quando si dice “lost in translation”. Spesso succede che grandi autori, il cui stile è legatissimo al paese di provenienza, perdano sempre qualcosa quando decidono di realizzare un film in un’altra lingua, in un altro paese. Nel caso di Wong, dire che perde “qualcosa” con Un Bacio Romantico è riduttivo. Il suo film americano commette l’errore essenziale di voler esportare integralmente temi, estetica e sentimenti dei suoi lavori originali asiatici, senza avere la medesima sincerità e potenza. Il cinema di Wong si può imitare ma non replicare, nemmeno per il regista stesso, e Un Bacio Romantico finisce per sembrare una pallida parodia su commissione dei suoi grandi lavori.

 

 

9.  ASHES OF TIME  (1994)

Wong Kar-wai ha sempre avuto un rapporto conflittuale col genere wuxia. Da un lato, quasi la necessità fisiologica di doverne fare, perché è ciò che ci si aspetta da un regista asiatico, quasi un fatto di DNA, ed è il viatico più facile verso il successo commerciale. Dall’altro lato, però, una totale estraneità tematica e disinteresse personale verso il genere, che approccia con una idiosincrasia di stile e poco altro. Ashes of Time è bellissimo da guardare, come spesso capita con i film di Wong, ma fatica enormemente a trovare una logica e cercare una cifra poetica coerente, perso tra innumerevoli personaggi, sottotrame poco chiare e un senso dell’azione lontano dal gusto del wuxia.

 

 

8.  ANGELI PERDUTI  (1995)

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Costola in tutto e per tutto di Hong Kong Express, poiché nasce da episodi scartati di quel film e poi sviluppati autonomamente, Angeli Perduti è la visione sotto steroidi di quel precedente lavoro. Tutto è più grande, più confuso, più estremo, più barocco, se possibile addirittura più stilizzato, con un uso e abuso del grandangolo che diventa forma e sostanza della storia. L’approccio all’amore e alle peripezie romantiche dei protagonisti trasmette quella sincerità dolorosa che solo Wong sa trovare, ma stavolta si perde in qualche manierismo di troppo che esaspera tutto quello che, nel film precedente, era sontuosamente calibrato.

 

 

7.  THE GRANDMASTER  (2013)

Il ritorno alle arti marziali cinematografiche, quasi venti anni dopo il primo tentativo, è sicuramente più riuscito: un Wong maturo, in pieno possesso dei propri mezzi, affronta il cinema di genere con sicurezza e voglia di fare. La storia biografica di Ip Man, il maestro di Bruce Lee, parte dall’action ma si integra, stavolta perfettamente, con l’estetica e le tematiche del regista. Le coreografie, oltre ad essere semplicemente spettacolari, sono danze tra innamorati che, da combattimenti, si trasformano pian piano in seduzioni, in un gioco di corpi che si cercano e sfiorano.

 

 

6.  AS TEARS GO BY  (1988)

L’esordio, come spesso capita, non si scorda mai, soprattutto quando già nasconde in nuce tutti gli elementi essenziali che caratterizzeranno la filmografia futura. As Tears Go By ha un approccio semplice, una storia d’amore e criminalità giovanile che strizza l’occhio alle influenze scorsesiane, ma fa di necessità virtù: prende il genere, perché negli anni ’80 non si poteva fare cinema a Hong Kong senza affrontare storie criminali, e lo usa come strumento per far digerire allo spettatore elementi come solitudine, tempo che scorre, destino ineluttabile, amori drammatici. Insomma, tutti quei temi che Wong più avanti svilupperà e farà propri.

 

 

5.  2046  (2004)

Pensare anche solo di poter concepire un sequel di In the Mood for Love è follia, anche se quell’idea è venuta a chi quel film lo ha creato. L’unico modo accettabile per renderlo credibile è, allora, ribaltare tutto dall’inizio alla fine. 2046 riprende personaggi e concetti, ma cambia tutto e affronta tutte le paure recondite di Wong: gli amori che passano e non tornano più, la paura di invecchiare, la paura di un anno che simboleggia il ritorno definitivo di Hong Kong alla Cina (poi, chi segue le notizie, sa che la realtà ha superato la fantasia, come spesso capita). Wong accarezza addirittura la fantascienza per esacerbare i sentimenti inespressi di In the Mood for Love, e riesce con grande dinamismo a trattare sentimenti universali, ancora una volta, con un punto di vista unico e dilaniante.

 

 

4.  DAYS OF BEING WILD  (1990)

Già al suo secondo lavoro, Wong Kar-wai diventa Wong Kar-wai. L’amore, il tempo che passa, la solitudine, la fotografia di Christopher Doyle, tutto nasce qui e incarna perfettamente quello che poi saranno i suoi film. E non a caso, come se avesse realizzato una profezia che si autoavvera, Days of being wild più che un film è una porta verso il futuro, l’inizio di una elaborazione che Wong non ha mai interrotto. Anzi, si trasforma proprio qui, per la prima volta, in un flusso di coscienza in cui personaggi, simboli, sentimenti e musiche entrano e escono dai film come fosse normale, come se Wong realizzasse un’unica grande opera in grado di racchiudere tutta la sua filmografia.

 

 

3.  HAPPY TOGETHER  (1997)

Tra le tante storie d’amore liriche, struggenti, poetiche e sempre sincere, Wong è riuscito a smuovere le corde dell’anima con la travagliata storia tra due ragazzi cinesi. Sì, anni prima di Brokeback Mountain, al cinema la vera storia d’amore tra due uomini era quella tra Ho e Lai, due ragazzi che cercano un futuro insieme fuggendo a Buenos Aires. I colori del film di Wong sono sempre magnifici, così come la scelta delle musiche e lo stile impeccabile. Ma è il calore umano a non mancare mai, un cuore che pulsa ancora più forte quando Wong parla di lontananza da casa (il tema dell’esilio e della nostalgia è sempre forte nei suoi lavori) e quando decide di essere diretto rispetto ad altre opere, fisico e carnale come mai è negli altri film.

 

 

2.  HONG KONG EXPRESS  (1994)

Quando Wong parla d’amore, tutto il resto non ha più senso. Nei suoi film non vediamo agire dei personaggi, ma dei veri e proprio stati d’animo che si incontrano e scontrano in una girandola di colori, luci, sapori, odori, musica e sensazioni, percezioni che escono fuori dallo schermo. E tutto questo è dovuto soprattutto al successo internazionale di Hong Kong Express, il film che ha lanciato Wong nella stratosfera e ha formato il suo stile estetico in maniera indelebile. Mai prima, e mai dopo, avrebbe più realizzato un film con un tale palpabile senso di urgenza e frenesia comunicativa. Dopotutto, c’è stato un periodo negli anni ’90 dove era normale, se appassionati di cinema, che la canzone California Dreamin’ non uscisse più dalla testa o la notte si sognasse l’immagine di una killer con una parrucca bionda.

 

 

1.  IN THE MOOD FOR LOVE  (2000)

Spesso al cinema l’amore meglio raccontato è quello platonico. Apprendendo questa lezione, Wong Kar-Wai firma il suo capolavoro narrando l’amore come non lo si era mai visto raccontare. Il regista, aiutato da due straordinari interpreti, ha il grande merito di farci vivere in maniera dilaniante e intensissima un amore trattenuto in tutta la sua sensualità soffocata, portando alla luce un intero periodo storico tra colori, abiti, musiche, persino odori e sapori. Le famiglie Chow e Chan sono vicine di casa nella Hong Kong degli anni 60 e, col passare del tempo, il signor Chow e la signora Chan capiscono che i rispettivi consorti (ma visibili in scena) sono amanti. Cercando di capirne le ragioni, le due persone tradite iniziano a loro volta ad incontrarsi sempre più spesso. La relazione mai consumata tra il signor Chow e la signora Chan rappresenta il tormento dell’amore voluto ma impossibile come mai si è visto al cinema: col ritmo di una danza, grazie al brano portante di Nat King Cole riproposto continuamente, in un crescendo di intensità sempre più forte, i due sono prigionieri di un sentimento inespresso, forse per le convenzioni sociali, forse per la paura di emulare i rispettivi coniugi solo per vendetta. Se si fossero toccati, quel tocco avrebbe umanizzato il loro amore, invece sono le emozioni, il non detto, quello che è in testa e nel cuore, che non ha confini e limiti di doloro e piacere, ad essere protagonista. Probabilmente l’inarrivabile vertice del melodramma moderno.

 

 

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