Che questa stagione cinematografica fosse travagliata per tanti ovvi motivi, lo sapevamo già. Che fosse lunga, lunghissima, e quindi spossante e noiosa, lo sapevamo già. Che in mezzo a questo marasma trionfasse almeno un film degno di vincere, ovvero Nomadland, lo sapevamo da tempo, senza sorprese e senza suspense.

Tutto questo però ha contribuito a farci arrivare alla notte degli Oscar non con la solita curiosità e frenesia, con entusiasmo e tensione, ma solo con noia e pesantezza, come fossero una cosa fastidiosa che non vedevamo l’ora di toglierci di torno, finalmente. E la cerimonia, invece di spazzare questa sensazione amara, l’ha persino accentuata.

La serata degli Oscar, nonostante la bellissima scenografia realizzata che ha soppiantato ogni difficoltà nel mettere insieme tante persone in un luogo chiuso e ristretto in questa situazione globale, è stata più tetra e spenta di quanto si potesse immaginare. La cerimonia che doveva segnare la ripartenza, celebrare la vitalità del cinema nonostante tutto, dare segni di vita e riportare entusiasmo nei cinefili, ha scelto invece un tono piatto, eccessivamente sobrio, aggravato dalla mancanza volontaria di qualsiasi momento divertente (Glenn Close che twerka è l’unico in tre ore, per dire il livello).

Oltretutto, il clima politica e sociale che si vive oggigiorno in America ha finito per sopravanzare ogni eventuale celebrazione dell’arte cinematografica (elemento già evidente vedendo i vari film nominati) e quasi tutti i discorsi sono stati seri, serissimi. Nulla da obiettare da un punto di vista di principio, è pienamente concepibile che vive quella realtà da dentro voglia comunicare i propri disagi appena ha un’occasione importante come gli Oscar; ma chi ha organizzato l’evento, e quindi era perfettamente consapevole di che andazzo avrebbe preso la serata, doveva equilibrare il tono serio con qualche forma di intrattenimento. Invece zero.

Così abbiamo avuto discorsi serissimi, altri tristissimi. Nessuna clip dei film o montaggio dei titoli nominati, così film che nessuno ha visto prima in sala continuano a essere misteriosi e nessuno ha capito perché abbiano vinto, la serata non è stata in grado di venderli al pubblico. E il tutto si è concluso nel già chiacchierato flop del finale, quando invece di chiudere naturalmente col Miglior Film, si è scelto di chiudere in maniera cinica per approfittare del dolore della scomparsa di Chadwick Boseman e tutto si è ribaltato contro, con una chiusura affrettata senza gloria. Che poi, anche se Boseman avesse vinto, ma era davvero il caso di finire in un modo così ulteriormente triste?

E quindi, dato che siamo entrati in argomento, veniamo ai premi. Ma c’è poco da dire, le sorprese sono state 4: la canzone e la fotografia, con due vittorie meritate, e poi i due attori protagonisti, che in due categorie molto aperte nelle quali i candidati si saranno certamente divisi i voti, hanno sfruttato la forza del film (nel caso di Frances McDormand), e il sentore che la vittoria di Boseman era troppo scontata (nel caso di Hopkins naturalmente). Sul trionfo di Nomadland, invece, c’è persino da dire: meritato, per carità, ma il rullo compressore da settembre, per quanto meritato, alla fine stanca.

Archiviamo in fretta questa stagione dei premi, per favore.

 

 

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