Chi si aspetta, nel 2021, di vedere un nuovo film di Woody Allen che aggiunga qualcosa alla sua lunga e iper-prolifica carriera, parte dalle aspettative sbagliate. Però, al tempo stesso, pure chi si aspetta di vedere soltanto un lavoro superfluo che faccia sorridere e basta, è fuori posto.
Molto semplicemente, Rifkin’s Festival è un film sufficiente, concepito e realizzato per essere esattamente ciò senza pretendere di più, ma che elabora una malinconia intrinseca che può cogliere solo un grande autore al crepuscolo della propria carriera.
Woody Allen, arrivato alla sua età, non si sforza nemmeno più di nascondere o superare i palesi difetti dei suoi lavori più recenti. Su tutti, un costante riciclo di materiale e situazioni (la premessa narrativa alla base di Rifkin’s Festival è quasi identica a quella del precedente Un Giorno di Pioggia a New York), l’evidenza del lavoro su commissione che lo porta a riprendere le scene come fossero cartoline da spot turistico, una palese pigrizia estetica che gli ha fatto perdere qualsiasi slancio registico o pensiero di movimenti di macchina, e infine uno sfacciato adagio su temi riproposti anno dopo anno.
Eppure, e il punto è proprio questo, dire che “Woody Allen fa sempre lo stesso film” continua ad essere la litania più banale ma anche la più sbagliata. Se così fosse, questo gli andrebbe rimproverato fin dagli anni ’70, onestamente. Allen usa gli stessi temi, e questo è indubbio, da ormai 50 anni, ma ogni volta riesce a trovare una chiave di lettura diversa con cui declinarli o una nuova angolatura tramite cui vederli e comprenderli. E poi c’è l’avanzare dell’età, che oltre alla maturità di pensiero dà al tutto un sapore di inoppugnabile inevitabilità.
E così, in Rifkin’s Festival, ritroviamo nuovamente le difficoltà di amare, di avere relazione stabili e durature, la sempiterna psicoanalisi, la graffiante ironia verso gli ambienti intellettuali, il pensiero esistenzialista che sfora nel pessimismo davanti alla futilità di alcuni aspetti della vita umana. Tutti questi elementi, però, Allen stavolta li contestualizza nello sguardo e nel pensiero di un anziano che riflette sul proprio passato e sul presente, e li analizza attraverso la pervasiva influenza del cinema nelle vite di chi ama la settima arte.
Partiamo proprio da quest’ultimo punto, perché dopo decenni in cui Allen ha citato e ironizzato sui suoi idoli, ora li mette letteralmente in scena. Le riproposizioni di sequenze tratte dai lavori del passato sono certamente intuizioni ironiche, veri e propri omaggi comici, ma al tempo stesso vanno prese e guardate nella maniera più seria e profonda possibile, perché rappresentano l’unico autentico modo attraverso cui Woody Allen riesce a fare autoanalisi. Il cinema diventa una cura, senza mezzi termini, e pur non essendo la soluzione migliore ai drammi personali è certamente la più sincera. Solo un cinefilo vero, come l’autore newyorkese appunto, può pensare di mettere in bocca a personaggi presi da altri film le più dolorose, oneste e sottili descrizioni emotive del suo protagonista. Il simpatico Mort Rifkin non trova nel reale risposte o aiuti, ma incontra la verità senza filtri nei sogni di film del passato. Per lui, e per chissà quanti altri appassionati come noi, il miglior lettino da psicologico è la visione di un film, è rifugiarsi al cinema per immedesimarsi ed empatizzare nei problemi altrui, è riscoprire e interrogarci ogni volta attraverso un grande schermo su ciò che abbiamo dentro.
E riguardo all’altro punto della questione, invece, l’età di Mort Rifkin è dirimente. Dopotutto, le medesime situazioni di trama proposte in Un Giorno di Pioggia a New York lì trovavano un happy ending perché i protagonisti sono giovani: c’era l’inconsapevolezza del presente e la speranza del futuro. Ora, in Rifkin’s Festival il passato è un’incrostazione di rimorsi e il presente un continuo tormento che ha cancellato l’illusione del futuro. Certo, il tutto è sempre filtrato attraverso l’ironia fulminante delle tipiche battute alleniane – “mi daranno un mese di vita, e quel mese sarà febbraio” – e un tono molto leggero, ma dietro l’innata simpatia del buffo volto di Wallace Shawn, Woody Allen dipinge uno dei suoi protagonisti più tristi e rassegnati. Ecco, questa parola forse è la vera chiave di lettura per capire il senso del film: un autore che non ha mai creduto nella religione, o anche solo in un ateo senso della vita, arrivato al suo tramonto è rassegnato di fronte a ciò che lo circonda e lo attende, non può far altro che guardare al passato e vivere il presente con un gigantesco senso di inadeguatezza.
Non scopriamo certo ora le influenze bergmaniane su Allen: senza scomodare Il Posto delle Fragole come paragone con un lavoro solo discreto come Rifkin’s Festival, che sarebbe quasi blasfemo (e quel film Allen lo ha già omaggiato con ben altri risultati in Harry a Pezzi), è evidente constatare quanto Mort Rifkin sia, in una affollatissima galleria di alter ego alleniani lunga una cinquantina di film, il suo doppione più triste e impotente. Un matrimonio infelice, una carriera che non decolla, un’esistenza quasi invisibile, sono tutte conseguenze di un perpetuo senso di inadeguatezza: “da giovane non avrei mai approcciato una donna più bella perché ero sicuro che non avrebbe mai guardato uno come me”. Questo stato d’animo costante, prima o poi, presenta il conto. E quello per Mort Rifkin arriva propria durante la sua settimana a San Sebastian, che nonostante avvenga dentro una commedia leggerissima persa tra scenari meravigliosi, in realtà è una continua via crucis di sentimenti spezzati, rimpianti onnipresenti, ricerca vana di calore umano e di un conforto impossibile.
Alla fine, possiamo anche interrogarci sul senso di tutto ciò, possiamo anche cercarlo in quello che ognuno di noi realizza lungo una vita (e nel caso di Woody Allen, nel cinema), ma dobbiamo essere ben consapevoli che non ci sarà risposta: come nel semplicissimo ma argutissimo finale, una risposta non si sente perché banalmente non c’è. Fortunatamente, però, ci sono le risate di Woody Allen, le sue riflessioni profonde ma sempre ironiche, la sua capacità di lasciare un evidente segno anche in un film tutto fuorché indimenticabile.


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