the-father-Olivia-Colman-Anthony-Hopkins-1 - La Settima Arte

Invecchiare fa schifo. Forse questo sarebbe stato un titolo più adatto.

Però, pur nella sua letterale e veritiera brutalità, sarebbe stata una battuta, e onestamente in The Father, oltre che nell’invecchiare appunto, c’è poco da ridere.

Non perché il film dell’esordiente Floria Zeller voglia essere un pesante e mattone cinematografico, anzi, in realtà The Father non è mai pesante nonostante ciò che mostra e racconta. Ma perché l’autore lascia saggiamente da parte ogni ironia e leggerezza per gettarci dentro la prospettiva, in primissima persona, di chi invecchia col macigno di una malattia, e quella prospettiva non può essere sana da qualsiasi angolatura la si voglia approcciare.

I meriti di un film sontuoso nella sua onestà, complesso nella sua semplicità, affilato nella sua purezza, sono quelli evidentissimi di aver saputo narrare con acume psicologico e occhio cinematografico una storia di impianto teatrale e dal concept basilare. Non c’è una scena sprecata, non c’è un movimento di macchina fuori posto, non c’è un arredamento scenografia privo di significato: Zeller fa vivere il film e la sua storia, e valorizza tutta l’intelligenza della scrittura, che inganna costantemente lo spettatore e lo costringe a essere sempre attento, coniugandola benissimo con le intuizioni della tecnica di messa in scena, che avvolge con tempismo magistrale l’intera atmosfera in un ulteriore, e decisivo, strato di realistica confusione e tristezza.

Certo, poi avere a disposizione il talento di Anthony Hopkins male non fa. Ma è ancora bravo a Zeller a sfruttare gli elementi biografici di quella presenza per aggiungere un’altra chiave di lettura al coinvolgimento emotivo dello spettatore e alla sottile psicologia della storia.

Insomma, se non lo avete capito, The Father è un grande film, soprattutto perché sa sempre cosa voglia dire essere un (grande) film.

 

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