
A me piacciono i musical, sono sempre piaciuti e mi conquistano proprio per tutte quelle caratteristiche che, spesso, evidenziano coloro che invece li detestano. Due persone che camminano per strada e, all’improvviso, si mettono a cantare per portare avanti la narrazione o l’introspezione, non lo trovo ridicolo o imbarazzante, lo trovo semmai magnetico.
Ma a tutto c’è un limite, e Sognando a New York lo ha superato credo già dopo un paio di minuti.
Il film di John Chu, scritto dal multitalentuoso Lin-Manuel Miranda, poiché tratto da un suo spettacolo di Broadway, è l’apoteosi di chi odia i musical. Ha letteralmente TUTTO, e lo ha TROPPO.
Troppi colori, troppe canzoni, troppi sentimenti, troppi minuti, persino troppa gioia. So che l’ultima cosa può risultare fastidiosa, e chi vi scrive non è affatto un fan del cinismo, ma credo che la gioia sullo schermo vada guadagnata, motivata, creata, non sparata a prescindere contro lo spettatore, fino a farla risultare nel miglior dei casi posticcia, nel peggiore dei casi insopportabile. Sognando a New York è infatti un film che prende gli elementi basilari del musical e li centuplica sotto steroidi senza soluzione di continuità, senza freni, dimenticando di costruire una storia che non sia banale, personaggi che non siano macchiette, sviluppo che non sia la ricerca ossessiva dell’elemento più ottimista. Un musical che non dà tempo e modo di respirare, che tratteggia i propri temi (sogno, amore, speranza, futuro, identità) con la delicatezza di un carrarmato, che non dà tempo e modo di empatizzare perché parte dalla necessaria premessa che tutto e tutti piaceranno a tutti, semplicemente non è più un musical, ma una parodia del genere.
E, paradosso dei paradossi per un film che fa giustamente vanto del risalto dell’identità etnica, Sognando a New York finisce addirittura per creare una somma di stereotipi, perché delinea una melassa di personaggi tutti buoni e sognatori e speranzosi, persi in un marasma di colori e abbigliamento kitsch, tutti uguali l’uno contro l’alto nell’assenza di unicità, di una vita interiore che ricerchi la complessità e gli sbagli da cui crescere.
Ridateci i veri musical.

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