Quattro anni fa, nel recensire First Reformed, ho catalogato Paul Schrader come un discreto autore e basta. L’ho definito però, al tempo stesso, anche interessante, vulcanico, coraggioso. Questi elementi sono indubbiamente esaltati quando Schrader azzecca il progetto, quando trova una nuova angolatura del suo solito tema – perché il tema è sempre quello – e riesce a imprimere nuova prospettiva.
Il Collezionista di Carte rientra assolutamente in questo assunto: è il solito film di Paul Schrader, con i soliti temi, le solite introspezioni, il solito protagonista che tiene un diario personale in camera sua, ma quando sa valorizzare tutto ciò senza ripetitività, senza vergognarsi di tacere un dolore sommesso, allora magicamente tutto funziona.
Non so se, come fu allora paradossalmente decisivo il Vietnam per Taxi Driver (tanto quando si parla di Schrader sempre lì si torna a parare), ora anche l’Iraq per Il Collezionista di Carte rivesta quel ruolo demiurgico. Insomma, non so se solo casualmente la guerra e gli incubi che essa trascina scatenino un certo risveglio creativo in Schrader. Ma resta il fatto che tale premessa ancorata alla realtà permette all’autore di seguire un discorso ancora più empatico, spiazzate e lancinante sul ruolo dei sensi di colpa nella vita di ognuno.
Nonostante una fotografia digitale davvero dimenticabile, qui Schrader svolge appieno anche il compito di regista (mentre in First Reformed concedeva molto al minimalismo) e ciò gli permette di usare forma e sostanza per stratificare l’introspezione che racconta e analizza. Schrader infatti non usa un senso di colpa astratto, immanente e pregresso, ma lo contestualizza in maniera fattuale, legandolo ai sensi di colpa di una nazione intera: gli orrori di venti anni di guerra in Medio Oriente che non si cancellano facilmente.
Una doppia chiave di lettura, personale e generale (quest’ultima, tra l’altro, involontariamente attualissima causa i recenti fatti di cronaca internazionale), che il film incanala soprattutto nelle rughe espressive di Oscar Isaac, il cui carisma unito ad un tono di remissivo grigiore umano colpisce dritto al cuore. E forse proprio per questo, proprio perché l’umanità stavolta è triste e non disperata, il film lascia sottintende un velo di redenzione, un appiglio per il futuro, una chance di catarsi che, seppur tragica, sempre a quella funziona emotiva asserisce.
E allora, forse, anche se Paul Schrader non fosse davvero un grande autore (solo forse), è sicuramente uno di quelli che bisogna tenersi il più stretto possibile.


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