Freaks out, divertente storia circense che ci dice alcune cose del nostro Paese - Il Fatto Quotidiano

Freaks Out è stato sia osannato sia deriso ancor prima dell’uscita, che a dir la verità è si è fatta attendere più del dovuto per una serie di cause e concause continue. Si è creato quindi attorno all’opera seconda di Gabriele Mainetti, involontariamente, quell’hype che il marketing italiano non dà mai ai suoi “film evento” e che invece sarebbe stato necessario creare volontariamente.

Questo, dopotutto, è il destino di qualsiasi blockbuster. E sì, Freaks Out è un blockbuster, cosa che fa quasi strano dire per un film italiano. Ma lo è davvero, con tutta la catena di pregi e difetti che ne derivano.

E i pregi sono evidenti: siamo di fronte a un film che, nonostante la sua durata, è estremamente godibile, e riesce a dipingere scenari affascinanti, situazioni coinvolgenti e personaggi riusciti. In più, come detto, all’interno di una cornice estetica-visuale che è raro vedere in un film nostrano.

Ma questa stessa caratteristica è, al contempo, anche l’inizio dei problemi di Freaks Out.

Quando, negli ultimi anni, grazie soprattutto a produzioni giovani e ambiziose, è capitato in Italia di realizzare film di genere con un’idea visiva non scontata, e soprattutto con i mezzi per tentare l’impresa, è sempre partito il ritornello del “queste cose in Italia non si fanno, il film va visto a prescindere, il film va difeso a prescindere, non sembra di vedere un film italiano”. Tutte cose giuste da una parte, ma dall’altra capaci di rendere un disservizio totale alle opere in questione. Freaks Out ha certamente un lavoro notevolissimo, e da noi inusitato, su trucco, effetti visivi, sonoro e fotografia (anche se Garrone avrebbe da ridire), ma è un lavoro che si ferma alla superficie e non riesce mai a trasformare quella forma riuscitissima nella sostanza (e qui Garrone è meglio che non parli, invece). Freaks Out è, al tempo stesso, un film visivamente ambizioso ma per nulla ambizioso nell’idea, perché non accompagna mai la trovata visiva ad una trovata narrativa veramente dirompente, veramente affascinante, veramente scardinante. Ha a disposizione il fantasy, genere col quale si può giocare senza limiti e quasi senza regole, e invece di approfittarne si limita a rimanere alle basi.

Perché, se si sceglie di giocare con gli anacronismi storici, limitarsi agli oggetti? Perché, se si sceglie di sparare i personaggi dentro un cannone, non esagerare? Perché, se si sceglie l’ambientazione di Roma, non giocare col setting e confinarlo a sfondo da cartolina?

Freaks Out è, molto semplicemente, un film che non osa, perché si accontenta di essere “una produzione che In Italia non fa mai nessuno” e non ha il coraggio di creare una vera immagine cinematografica e catturare veramente gli occhi dello spettatore. Quella che resta è un buon film che, anche se da noi non fa mai nessuno, assomiglia narrativamente a un B Movie americano come visti decine di volte, e visivamente a una normale produzione di genere francese o spagnola (pensiamo a Alex De La Iglesia, che quantomeno osa sempre e ha il coraggio di rompere le regole narrative col suo tocco grottesco).

Il film di Mainetti non è una occasione mancata, sarebbe molto ingeneroso dirlo, ma una occasione non pienamente riuscita. E in questo, pur non volendo sembrare italiano, il film è assolutamente molto italiano: pensando di essere più di quello che è, si accontenta di essere solamente quello.

 

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