
Per essere un regista innamorato, anzi direi ossessionato, dalle precisissime linee geometriche, la carriera di Wes Anderson non segue e non è paragonabile a nessuna figura geometrica.
La sua è infatti una evoluzione cinematografica che rimane sempre uguale a sé stessa, però non è una involuzione perché il suo cinema va avanti, semplicemente torna ai punti di partenza ma non in maniera circolare, non chiude nessun cerchio. Insomma, è complicato davvero spiegare cosa sia The French Dispatch, cosa voglia dire Wes Anderson con questo suo nuovo film, o se in realtà non volesse dire nulla (questa possibilità non va mai esclusa rischiando di cadere nell’overthinking critico) ma a quel punto va capito il perché del volontario vuoto tematico.
I punti cardini del cinema di Anderson, poi, ci sono tutti, sia nell’estetica, e qui si entra nel pleonasmo, sia nella presentazioni dei suoi cardini (la morte, i rapporti genitoriali con i figli, le emozioni represse). Eppure con The French Dispatch il regista sceglie una strada talmente netta da tranciare ogni possibilità di sottigliezza, di gusto ampio non solo intellettuale, di verosimiglianza, persino di umana empatia.
E allora non si può partire dal presupposto che la cittadina francese che dà vita agli episodi del film si chiami Ennui, la parola francese per “noia”. Forse ammissione implicita di quanto il cinema di Wes Anderson sia diventato annoiato perché sempre e solo raggomitolato su sé stesso, o forse semplice dichiarazione del regista che, stufo di dover costruire cinema a 360°, stavolta ha voluto fare solo quello che gli piace e basta: giochi di colore e formato, inquadrature geometriche fino al parossismo, ironia misurata seppur spesso surreale, personaggi tutti uguali spogliati di vita proprio e finalizzati a diventare caricature di sfondo al servizio dell’immagine e del tono, omaggi a più non posso al cinema europeo degli anni ’60 e ’70, soprattutto francese.
In tutto ciò The French Dispatch riesce anche a divertire in più momenti, riesce a catturare l’attenzione, riesce a lasciare momenti di gioia o pure umanità come nell’episodio del pittore imprigionato, ma sono più che altro sprazzi e schizzi in quella che è in tutto e per tutto la tavolozza di Wes Anderson. Con un tono il più possibile distaccato e asettico, ma non freddo, poiché quello prevederebbe una presenza di sentimenti che non riescono a diventare caldi o a scaldare, ma stavolta quei sentimenti Wes Anderson li esclude fin dalla premessa. Senza storia, senza personaggi, senza reale interesse per ciò che racconta, solo puntato all’esasperata estetizzazione che sfiora la parodia, l’esperimento può andare bene una volta – paradossalmente, The French Dispatch è un buon film pur rifiutandosi di essere un film – ma poi, finito di giocare e usciti dalla cameretta – bisogna tornare a fare cinema.

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