Certe volte preferisco nettamente vedere (o in tal caso sopportare) un film brutto, pessimo, terribile, perché sai esattamente cosa è, sai come inquadrarlo e sai come definirlo.
Invece, non c’è niente di paragonabile alla frustrazione di vedere un film interessante, con un’idea vincente e affascinante, che non riesce minimamente a traslarla in maniera cinematografica ed a supportarla nella sua durata. E Matrix Resurrections è enormemente frustrante.
Partiamo da una premessa fondamentale: chi vi scrive non è un fan della saga. Ho visto al cinema i due sequel e li ho ampiamente detestati, oltre che quasi completamente dimenticati; non ho amato nemmeno il primo, seppur rimanga un buon film e ne apprezzi molto il significato storico. Quindi mi sono approcciato a questo quarto capitolo con la consapevolezza di non essere il target ideale, ma con la voglia di trovare un po’ di intrattenimento.
E niente, invece.
Matrix Resurrections è un film che, pur non avendo necessità di essere fatto, a maggior ragione dopo tanti anni dai precedenti capitoli, trova una nuova ragione di essere, trova escamotage e autentici punti d’interesse per esistere: Lana Wachowski, cosciente che un nuovo sequel lo avrebbero fatto per motivi di soldi con o senza di lei, torna al timone della sua creatura proprio per evitare un blando sequel, impone un senso di leggerezza costante che va ammirato, con punte esorbitanti di citazioni meta che non sono momenti di indulgenza ma tasselli per recuperare la propria identità, e decide di prendere di petto la questione sulla necessità stessa di fare un sequel. In pratica, il film diventa quasi una parodia volontaria della frenesia di fare di tutto un franchise, dell’inutilità di ripetere storie e riaprire universi narrativi all’infinito, della necessità di spezzare le catene della ripetitività in cui il mondo creativo è finito in una perenne ricerca della confort zone che elude ogni forma di rischio per accontentare i fan e fare solo soldi.
Tutto ciò appare come una ventata d’aria fresca, è persino coraggioso nel contesto attuale. Il problema, però, è che tutto questo andrebbe inserito all’interno di un film all’altezza, altrimenti rimane solo un’intenzione, un messaggio perso nel vuoto. E tutta la carriera di Lana Wachowski, duole dirlo, ha già confermato che la sua genialità creativa mal si sposa con la forma finita del cinema: non la penserà così la sua solidissima e fedelissima fanbase, ma se escludiamo il primo Matrix, e parliamo comunque del 1999, tutti i suoi altri film, a prescindere dal gusto soggettivo, latitano di quel salto di qualità per diventare indimenticabili e si accontentato sempre e solo di avere una grande affascinante idea. E poi basta.
Infatti anche Matrix Resurrections soffre della medesima sorte. Prima di tutto, è un film eccessivamente indirizzato ai fan della saga, tagliando fuori ampie fette di pubblico; seconda cosa, è un film incredibilmente pigro dal punto di vista visivo, affogato in un mare di green screen sempre evidente che appiattisce ogni immagine pensata come “cool” (vi ricordate invece la fotografia verdognola del primo film?); riprende molti elementi dai sequel che, onestamente, era meglio far finta non fossero mai esistiti, e così la pensa anche chi è più fan di me; e poi è incredibilmente e immotivatamente lungo, con dei cali di ritmo lancinanti soprattutto nell’ultima ora, poiché è incapace di sostenere l’azione con le immagini e si rifugia continuamente in un mare asfissiante di parole e parole, spiegazioni e spiegazioni, sentimenti enunciati e reazioni dette La reincarnazione dei difetti di Tenet, in pratica).
Ma il difetto più imperdonabile è quello di non riuscire a pareggiare l’idea tematica con una uguale scintilla visivamente cinematografica: tutti ricordano il primo film per il look dei personaggi, per gli effetti speciali innovativi, per le coreografie di combattimenti riprese dai film di Hong Kong. Non c’è nulla di nuovo o sorprendente in Matrix Resurrections, a cui certamente non si chiedeva di inventare un nuovo “bullet time”, ma nemmeno di essere così esteticamente identico alla massa di blockbuster moderni, e pertanto così anonimo.
Avrei di gran lunga preferito che il film seguisse un codice binario filmico, che fosse semplicemente brutto o semplicemente bello: forse così come è venuto è anche più interessante (lo si capisce da quante parole ho appena scritto) ma anche così dannatamente più snervante.


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