Ormai, con poco più di 25 anni di carriera alle spalle, possiamo affermare senza ombra di dubbio che Paul Thomas Anderson è uno dei più grandi nomi nella storia del cinema. Lui che è stato enfant prodige, poi totale certezza, ora che non possiamo più definirlo giovane, ma maestro con la M maiuscola, ci permette di riguardare ai suoi film con un quadro chiarissimo di temi, nevrosi, ossessioni e gusti.
Il cinema di PTA è stato da sempre un racconto di personaggi poco normali, certamente poco sicuri, affogati nella propria testardaggine, nel bisogno di rincorrere un desiderio più forte di ogni altra cosa, nel cercare un senso di completezza: che sia un drammatico rapporto padre-figlio, oppure un disperato amore, le due colonne portanti tematiche dei suoi lavori (ancora meglio se ambientati nella Los Angeles degli anni ’70), queste ricerche hanno dato vita a film semplicemente unici.
Un aggettivo che va giustamente sottolineato, poiché nonostante le palesi influenze da Scorsese, Altman, Kubrick, soprattutto a inizio carriera, ora quelle influenze sono state completamente introiettate in uno stile di messa in scena e narrazione completamente personale che fanno di PTA un autore assolutamente intellettuale, anche ostico, anche fortemente artistico, ma capace di momenti assolutamente semplici, empatici, derivati da un gusto personalmente fortemente popolare. Questo rende i suoi film – nessuno brutto, pochissimi possono vantare tale riuscita filmografia – realmente unici.
9. SYDNEY (1996)
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Da qualche parte, in qualche modo, si deve pur cominciare, e Paul Thomas Anderson lo fa con strumenti semplici che gli sono più consoni: una storia basata su personaggi, con sfumature gangsteristiche per intrattenere, sui sicuri binari del genere per non deragliare una storia facile. Sydney (chiamato anche Hard Eight) non è indimenticabile ma nemmeno dimenticabile, e poi ha il merito di aver fatto nascere una serie di fondamentali collaborazioni con attori per la carriera futura del regista.
8. VIZIO DI FORMA (2014)
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Domare il materiale di partenza, altamente inestricabile, del romanzo di Thomas Pynchon, è un compito impossibile anche per Paul Thomas Anderson, che almeno ha il merito di esserne pienamente consapevole. Allora il regista con Vizio di Forma, pur seguendo quasi pedissequamente la trama del romanzo, si interessa più agli psichedelici che incontra, all’irripetibile stranezza dell’epoca in cui ambienta, al vorticoso caos dei sentimenti umani, su tutti l’inafferrabilità dell’amore. Forse però, in tutto questo marasma, il regista e di conseguenze il film un po’ si perdono, anzi, si perdono sicuramente il ritmo e la recitazione, trascinanti dalla marea dell’omaggio al cinema degli anni ’70.
7. UBRIACO D’AMORE (2002)
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Dopo i film corali, il film piccolo: una storia d’amore, due personaggi protagonisti. E che protagonisti: Ubriaco d’amore prende una trama ovvia e analizza il bisogno dell’amore, più che il romanticismo stesso, dal punto di vista di due personaggi emarginati prima di tutto dalla loro complicata interiorità. Un film tutto giostrato sui piccoli momenti, e siamo disabituati conoscendo la sontuosità del regista, che si concede il lusso di spingere sulle idiosincrasie per togliere le spigolature e accentuarne l’unicità umana.
6. LICORICE PIZZA (2021)

La prima cosa che risalta all’occhio durante la visione di Licorice Pizza è quanto i personaggi corrano, quanto Paul Thomas Anderson si diverta a farli correre, a vederli correre e riprenderli mentre corrono. Questa corsa, questa frenesia, questo bisogno lancinante di arrivare il più in fretta possibile da qualsiasi parte, questo sprint dall’adolescenza all’età adulta, è il motore vitale di un film straordinariamente vivo, energico, scintillante, vibrante, voglioso e desideroso di qualcosa. Si percepisce palesemente come Anderson, dopo una serie di grandi film ricchi di complessità e mille sfaccettature da analizzare e approfondire, volesse fare il tipo di film che semplicemente gli andava di fare, con la gente con cui vuole stare e con l’ironia che lo fa sorridere. Nel percorso di crescita di due giovani, che si prendono e si allontanano, si cercano e si respingono, esce fuori tutto il divertimento di fare cinema e la voglia di essere giovani, l’importanza di creare storie con personaggi con cui vorresti uscire a bere qualcosa e la bellezza di parlare di sentimenti universali per tutti.
5. BOOGIE NIGHTS (1997)

L’opera seconda è la più difficile in carriera, perché devi confermati o altrimenti rischi fin da subito di essere classificato come bluff. Paul Thomas Anderson, e non c’erano dubbi, supera brillantemente lo scoglio dell’opera seconda creando un film corale dall’immenso e sfaccettato cast, ricco di personaggi interessanti e situazioni coinvolgenti. Il film romanza la vera storia di John Holmes per mostrare il mondo del cinema porno negli anni ’70, l’apice per il genere allora definito addirittura d’autore, e usarlo come allegoria di un intero decennio, quello trasgressivo per antonomasia, quello dei cambiamenti più decisivi per una società intera.
4. MAGNOLIA (1999)

Paul Thomas Anderson conferma al mondo di essere il nuovo Robert Altman, ma sostituisce al cinismo di quest’ultimo una forte consapevolezza che l’essere umano, più che essere cattivo, è fondamentalmente debole. Pur toccando temi alti, il film non perde mai di vista i dettagli della vita interiore dei suoi tantissimi personaggi, una vera galleria della Commedia Umana in cui tutti nella propria mediocrità sono protagonisti. Anderson ha la grande abilità di costruire un ambizioso affresco sulla disperazione umana in 3 ore senza perdere un solo istante di intensità o diventare lento, grazie alla poderosa colonna sonora, all’umanità dei suoi personaggi, al dinamismo della narrazione. E alla fine, pure se piovono rane dal cielo, sappiamo che al mondo c’è molto di peggio.
3. IL FILO NASCOSTO (2017)

La complessità di Il Filo Nascosto è proprio quella di parlare costantemente su due piani. La cinica e razionale analisi dei personaggi lascia spazio via via al calore del loro sentimento incontenibile, proprio come la l’ossessione e la ricerca della perfezione di Reynolds Woodcock – ed ad un certo punto anche di lei – cede di fronte alla realtà interiore. Non siamo in presenza solo di un film intrinsecamente romantico, ma forse del primo film che ha capito, e mostrato, cosa è davvero l’amore. Il non capirsi, prima di tutto. Il non riuscire a comunicare quando e quanto e come si vorrebbe. Il viscerale desiderio di stare con l’altro. L’insolubile dolore che si prova, al tempo stesso, stando con l’altro. Nel gioco delle antitesi su cui è costruito Il Filo Nascosto finisce per rientrare l’amore stesso: il sentimento più meraviglioso che però provoca i dolori più potenti.
2. THE MASTER (2012)
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The Master è forse il film più complesso della carriera di Paul Thomas Anderson, così ricco di prospettive e chiavi di lettura. Un film difficile da capire e da domare, affascinante ed ammirevole, ipnotico e respingente al tempo stesso, pervaso da una voglia di libertà oltre ogni forma e controllo. Nel rapporto psicanalitico tra i due protagonisti maschili – quei Joaquin Pheonix e Phillip Seymour Hoffman che ci regalano le interpretazioni più impressionanti della loro strabiliante carriera – il regista costruisce una storia d’amore totalizzante, che parla al cuore e alla testa, ai sentimenti e agli istinti. Un film che trabocca di pulsioni, di momenti animaleschi, di sfida alla necessità umana del controllo e al dubbio morale di lasciarsi guidare dalle sensazioni.
1. IL PETROLIERE (2007)
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Il capolavoro di Paul Thomas Anderson è un film che racchiude e mostra le due anime, così forti e contrastanti, su cui è stata costruita l’America: la religione e il capitalismo. Anni di studi, tantissimi scritti (ricordiamoci Weber o Tocqueville) e poi la potenza del cinema che riassume il tutto con un’opera visivamente altisonante. Il personaggio di Daniel Plainview è il prototipo dell’imprenditore moderno, un archetipo fin troppo perfetto del capitalismo selvaggio senza scrupoli. La sua sete di ricchezza e conquista si scontra con Eli Sunday, un predicatore religioso faro della propria comunità, riflesso di quanto le sette religiose sono ancora oggi potenti e influenti negli Stati Uniti. E’ una guerra psicologica, una partita a scacchi continua, in cui non il migliore, ma il più scaltro e crudele, potrà vincere e prendere tutto. Anderson porta a nuove vette l’uso della regia, riuscendo a rendere interessante come un action la lunga scena iniziale, completamente muta, e poi giocando tra piani sequenza e intensi campi lunghi. La strabiliante fotografia di Robert Elswit, una delle migliori degli ultimi anni, e la graffiante colonna sonora Jonny Greenwood dei Radiohead, che costruisce una tensione allarmante, sono elementi decisivi nella composizione del capolavoro, in cui ovviamente spicca la performance assurdamente poderosa di Daniel Day-Lewis: l’attore si immerge totalmente nel personaggio, cambia voce, espressioni, modo di muoversi e gesticolare, nei suoi occhi brucia il fuoco, la sua avidità e tenacia deflagra in urla e intensissime esplosioni di rabbia. Se mai qualcuno dovesse chiedervi “come è nata l’America?” voi mostrategli questo film.


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