by A. A.
Circa dieci minuti prima di entrare in sala per l’anteprima di A Complete Unknown, un pensiero improvviso si è palesato come un flash nella mia mente: “ci sono discrete possibilità che questo film sarà tremendamente noioso”.
Non saprei dire se tale pensiero sia nato da un certo, lo ammetto, pregiudizio nei confronti della musica folk – se proprio sentiamo la necessità di imprigionare Dylan in un genere quando il film vuole fare esattamente l’opposto. Non sono particolarmente amante del genere, ma devo ammettere che anche alle mie orecchie profane Dylan ha sempre suonato un po’ diverso dal resto del folk. E specifico che il mio riferimento come “resto del folk” è principalmente la colonna sonora di Inside Llewin Davis.
Chiarita questa prima premessa, vi dico subito che A Complete Unknown, nonostante i suoi 141 minuti, noioso non è. Piuttosto è un piacevole viaggio nella prima discografia di Dylan, un primissimo volume di Greatest Hits rispetto alla sua sconfinata produzione musicale, una presentazione del genio a chiunque non lo conoscesse. Lo dico perché sento che, dal basso dei miei 29 anni e da una certa ignoranza dei confronti di Dylan, ho potuto apprezzare il film probabilmente molto più fan più adulti ed esperti. Dopotutto il protagonista Timotheé Chalamet è sicuramente un ponte importante per attirare in sala la mia generazione e le successive e credo che questa scelta rispecchi anche una chiara volontà produttiva rispetto al target di riferimento.
Parlando di Chalamet, non intendo aprire in questa sede un dibattito su quanto la sua sia o non sia una smartphone face, ovvero la faccia di “qualcuno che abbia visto almeno uno smartphone in vita sua” e che per questo rischia di non essere pienamente convincente in un film d’epoca. Credo tuttavia che ormai Chalamet sia Chalamet, lontano dalla freschezza che portava in Call Me by Your Name di Guadagnino, quando era ancora perlopiù sconosciuto al grande pubblico, non di meno si cala con impegno e dedizione nei panni di Bobby/Bob Dylan, assume una rotondità nel viso che su Instagram non gli appartiene e uno sguardo che è al tempo stesso presente e indifferente, che coglie tutto quello che gli succede intorno ma sceglie di ignorarlo per distaccarsene mentalmente ed emotivamente. Il risultato è il ritratto di un genio (la ripetizione è voluta e convinta) cui arriva tutta la musica che non arriva ai musicisti suoi contemporanei. E qui risiede il punto forte del film, ovvero una colonna sonora che sembra non fermarsi mai, un concept album in cui gli intermezzi parlati sono delle virgole rispetto alla vastità della musica di Dylan, che Chalamet e la Barbaro – meravigliosa sorpresa di questo film – reinterpretano con grande talento e fedeltà.
In generale, A Complete Unknown si adagia nel grande calderone dei buoni film e non accenna ad addentrarsi nel regno del Cinema. Per far ciò si sarebbe forse dovuto optare per una narrazione più complessa, con conflitti più pregnanti – sebbene abbia empatizzato molto con il personaggio di Elle Fanning, ho trovato il suo ruolo tremendamente ripetitivo dopo la prima scoperta del tradimento del fidanzato con Joan Baez, anche se forse a parlare è solo la parte più femminista di me che vorrebbe tutte le donne affrancate da uomini emotivamente immaturi e distaccati come Bob Dylan.
C’è da dire che invece risaltano, in quanto ipnotizzanti, le scene ambientate all’ospedale dove è ricoverato Woody Guthrie, unico personaggio con cui il protagonista instaura un rapporto reale e profondo, in una bolla che lo protegge dai pericoli e dalle incoerenze del mondo esterno.
Tiro le somme delle mie riflessioni consigliando il film a chi si sente incuriosito dalla misteriosa presenza di Bob Dylan tra i vinili dei propri genitori e vuole approcciare la sua musica con un piacevole tour guidato da James Mangold, ma attenzione, il titolo non mente: anche dopo la visione del film, Bob Dylan rimane più che mai un complete unknown.


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