Scritte in sovraimpressione. Musica electro-pop. Rimandi politici. Toni Servillo.
Ecco, l’inizio di La Grazia potrebbe far pensare ad un ritorno netto verso Il Divo, tuttora molto probabilmente uno dei tre migliori film della filmografia di Paolo Sorrentino. Invece no, perché Sorrentino ha il mirino puntato leggermente indietro nel tempo, ma sempre nel giardino di casa sua.
Sì, perché i film di Sorrentino sono opere che potrebbe fare solo e soltanto lui. Qualcuno potrebbe dire, giustamente, che in realtà questa è una cosa ovvia e simile a tantissimi autori. Però il marchio di Sorrentino è ormai talmente netto, talmente evidente, talmente forte, talmente riconoscibile, e anche talmente giocosamente voluto e cercato da lui stesso, che una somiglianza potrebbe esserci solo con Wes Anderson.
Ovvero, un film di Wes Anderson lo riconosci dal primo fotogramma, dalla prima composizione, dalla prima espressione simil-corrucciata. Così, un film di Paolo Sorrentino lo riconosci dal primo indizio sonoro.
E appunto, lui non fa nulla per nascondere tale continuità stilistica e tematica, pescando a piene mani dal proprio passato cinematografico. Il regista napoletano ha dichiarato recentemente di aver finito con la nostalgia, ma non ha finito con la nostalgia verso la sua stessa filmografia. La storyline del protagonista principale di La Grazia – vorrei in questa sede evitare di spoilerara il più possibile – ricorda tantissimo quella di Jep Gambardella (non devo dire il titolo del film, se scrivo il nome del personaggio avete già capito quale sia, e questo intendo quando intendo ch l’impronta di Sorrentino è oramai impressa su tutti). La differenza qui fondamentale, e anche ben accolta, è che il film mette da parte barocco e manierismo, eccessi e stravaganze, per tornare ai toni dei primissimi film.
A vincere in La Grazia è la malinconia, la tristezza, la solitudine, e di conseguenza non può non venire in mente un caposaldo come Le Conseguenze dell’Amore: non a caso assolutamente, entrambi i film condividono la costruzione tematica e narrativa su una storia d’amore vissuta in assenza.
Toni Servillo che interpreta Mariano De Santis è fin troppo simile a Toni Servillo che interpreta Titta Di Girolamo, e lo evidenzia in maniera positiva. Tutti gli altri discorsi del film, ovvero una riflessione sull’eutanasia che si intreccia su più livelli, da quello politico a quello personale a quello metaforico, sono solo accessori, per quanto significativi, per assistere una riflessione sulla solitudine umana, come sempre narrata con una emotività taciuta e interiorizzata che quando esce fuori, semplicemente deflagra. La Grazia non è un film assolutamente politico, dopotutto nemmeno Il Divo lo era veramente.
E allora avercene di opere così, magari sempre molto simili tra loro, ma sempre enormemente capace di lasciare un segno. Chi non apprezza Sorrentino probabilmente non apprezzerà nemmeno questo film, perché è davvero il ritratto del regista in egual misure a opere più personali o biografiche, ma chi lo apprezza inizierà un nuovo viaggio emozionante, ironico, e ricco di citazioni da mandare giù a memoria per i prossimi anni.


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