“Jay Kelly. Jay Kelly. Jay Kelly. Jay Kelly. Jay Kelly.”

C’è una scena in Jay Kelly in cui il protagonista, chiamato contro ogni pronosticato proprio Jay Kelly, ripete più volte ossessivamente il proprio nome, ovvero Jay Kelly.

E io ora lo sto scrivendo più volte il nome Jay Kelly, così che leggendo tante volte il nome Jay Kelly vi vada a nausea il film Jay Kelly come è andato a me.

Ma, battute a parte, ho citato quella scena perché è un po’ lo specchio di un film che si parla addosso, riflette solo su sé stesso e parla solo delle persone che ci sono dentro. Spesso succede con i film ambientate nel mondo del cinema, opere che finiscono per piacere ai cinefili e basta, ma questo non è nemmeno un film sul cinema, quanto un film sui danni dei cinema. E un danno è proprio aver prodotto Jay Kelly.

Ora, l’intento di Noah Baumbach era chiaro: riflettere sulla solitudine e l’alienazione di chi fa cinema verso il mondo esterno, e spesso anche verso i veri affetti, i veri rapporti e le vere amicizie stritolate dai ritmi e dalla chiusura dello show business. Intento chiaro e, seppur poco originale, senz’altro lodevole e interessante se visto da un punto di vista interessante.

Solo che Jay Kelly quel punto di vista interessante non ce l’ha e non lo trova mai. Anzi, non si sforza nemmeno di trovarlo.

Il motivo è presto detto: si piace molto, si sente molto intelligente, molto emotivo, molto caloroso verso il pubblico, e sceglie il compitino pensando che il casting di George Clooney possa risolvere tutto il resto. Invece, questo casting apre la vera voragine: il film diventa, inesplicabilmente e immotivatamente, un lavoro meta-cinematografico sul Clooney star, un omaggio alla sua presenza sicuramente meritato ma arrivato abbastanza presto, e senza un reale scopo.

Le intenzioni di Baumbach, quindi, vengono clamorosamente dirottate nella creazione di un canonico star vehicle che vuole riflettere sulla fama di Clooney e sulla labile separazione tra la star e l’uomo. Tutto inondato in una melassa di tono che più sdolcinato non si può, e quindi dannatamente forzato verso la piacioneria per il grande pubblico, e pieno di soluzioni narrative di dubbio gusto, come l’inevitabile caduta nella trappola della cartolina quando si gira un film in Europa, soprattutto in Italia. Qualcuno poteva pensare, anzi sperare, che l’intelligenza di Baumbach, e la conoscenza di Clooney dell’Italia, potessero evitare certe cadute di stile. Invece il livello di ridicolo che questo film tocca fa capire quanto, in realtà, Baumbach e Clooney siano ormai distanti dal mondo reale, quanto siano ignoranti di come semplicemente vivano le persone normali.

E questo, semmai, diventa l’aspetto più involontariamente interessante di Jay Kelly: fa vedere quanto sia slegato dalla realtà, fa capire quanto un certo cinema autoriale non sappia più parlare al pubblico perché non lo conosce e quindi cerchi solo le scorciatoie facilmente lacrimevoli, fa intuire quanto la dicotomia tra il Clooney star e il Clooney umano sia reale e profonda molto più di quanto il film possa mai scavare. E di conseguenza, di tutto questo non ce ne frega mai davvero molto.

 

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