Qualcuno dovrebbe spiegarmi come diavolo sia possibile che Park Chan-wook, uno dei migliori registi al mondo da ormai 25 anni, continui a migliorare film dopo film.

Praticamente è come se Park scoprisse, ogni volta che realizza un film, qualcosa di nuovo, e la volta successiva quel qualcosa è elaborato esteticamente, tematicamente e narrativamente, contribuendo ad arricchire e completare ogni opera.

Ecco, forse il termine che più voglio usare per parlare di No Other Choice è proprio “completo”. Raramente ho visto un film così completo sotto ogni punto di vista, così ricco in ogni aspetto, che fa proprio venire la gioia di guardare un film. Non che il talento di Park lo si scopra ora, parliamo di un regista che ci ha regalato Oldboy ventidue anni fa. Non che la lucida follia del cinema sud-coreano la si scopra ora, ugualmente. Il punto è che tutto il percorso fatto finora da Park, film dopo film, storia dopo storia, ha informato il lavoro successivo, e sfido a trovare al mondo registi che ancora abbiano la voglia di progredire e usare qualcosa di nuovo film dopo film. In questo nuovo lavoro, Park aumenta ancora di più il senso estetico della propria regia, riempiendo ogni fotogramma di informazione in campo e sullo sfondo dell’azione primaria, dando un senso scenico e un motivo logico alla creazione di ogni inquadratura. E il lavoro sull’immagine, di conseguenza, essendo così preciso non può limitarsi ad un puro lavoro formale, ma diventa un lavoro sensoriale e tematico: ogni inquadratura, insomma, informa le motivazioni dei personaggi e i sottotesti metaforici della vicenda.

Il lavoro clamoroso sulle dissolvenze e sui tagli di montaggio, iniziato nei due film precedenti, qui è portato al massimo della potenzialità, creando un racconto per immagini che obbliga gli spettatore a collegare gli occhi al cervello come raramente sono chiamati a fare.

Poi, naturalmente, l’impianto visivo si sposa con l’impianto umano del film: No Other Choice è un racconto multiplo di emozioni e accadimenti, incredibilmente radicato nella precarietà del mondo del lavoro contemporaneo, ma capace di slegarsi dalla propria trama di thriller quando serve per analizzare una galleria umana di disperazione e empatia maledetta. Il tocco di perversione che distingue da sempre il cinema di Park, e lo distingue da tanti altri colleghi sudcoreani, è molto presente ma ben dosato all’interno di un intreccio irresistibile, a più riprese persino divertente, che rende il tutto l’opera finora più commerciale del regista. Questo rende No Other Choice un film assolutamente completo: la capacità di parlare a tutti, piacere a tutti, coinvolgere tutti, senza mai abbandonare un sottotesto sovversivo, all’interno di un impianto visivo con pochissimi eguali nel cinema mainstream.

Avercene, insomma, di film così vicini alla perfezione.

 

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