Father Mother Sister Brother è la prova che, anche in età avanzata, anche con una notevole filmografia alle spalle, un autore può sempre superarsi. E se finora, quindi, Jim Jarmusch era ritenuto il re del minimalismo cinematografico, con questo suo nuovo film si supera e riesce a dare nuove vette e nuove definizioni al genere del minimalismo.
Davvero, tutto in Father Mother Sister Brother è minimalista, ridotto all’essenziale, anzi, ridotto all’osso. Ogni elemento, letteralmente. La composizione estetica è praticamente assente, la linearità narrativa è semplicistica, l’esercizio di sottrazione richiesto alla recitazione è disarmante. Il punto però è proprio questo: quelli che in altri film saranno forse difetti, forse mancanze, in mano al tocco di Jarmusch diventano armi, perché tutto ha un senso, tutto ha un proprio posto e ruolo, tutto ha una vita e una energia nascosta.
Nel dipanarsi di tre episodi che mostrano riconciliazioni familiari, Father Mother Sister Brother diventa trattato della banalità e dell’imbarazzo nel gestire i rapporti tra parenti stretti. Il concetto sentito tante volte e comunque assolutamente veritiero, ovvero che nessuno sceglie la propria famiglia, è la base su cui Jarmusch parte: se nel primo episodio i rapporti sulla mancanza reciproca di una conoscenza, nel secondo episodio quella mancanza di conoscenza altrui diventa voluta e necessaria per vivere bene, e così compie un salto nel terzo finale episodio quando la mancanza diventa condizionata dalla vita. Non è un caso, però, che laddove la scelta non sia compiuta, nell’episodio finale, la mancanza di un rapporto diventi motore per crearne uno nuovo, più veritiero, più forte, più struggente, e infatti con una struttura e uno sviluppo diversi dai primi due.
Il lavoro sulla mancanza, sull’assente sull’invisibile, sul silenzioso, è quello che Jarmusch compie in questo film, svolgendolo ugualmente nella maniera più invisibile e silenziosa possibile. Father Mother Sister Brother è un film fatto di ripetizioni, piccole parole, momenti imbarazzati seguiti da attimi totalmente banali: tutto quello che in un film normale sarebbe tagliato, anzi sicuramente nemmeno scritto in sceneggiatura, è ciò che invece compone questo film, che distacca Jarmusch dal cinema indipendente contemporaneo, diventato forse per lui troppo caotico e troppo cool, per ricollegarlo direttamente ad un cinema del passato, ad un tipo di film che avrebbe fatto Yasujirō Ozu tanti decenni. E tiro fuori questo paragone senza paura di smentita.
Chi cerca un film “normale”, insomma, è meglio guardi da altre parti. Jarmusch è qui per ricordarci tutti quei noioso e imbarazzanti momenti passati nei pranzi di famiglia, e tirarci fuori una storia di commovente semplicità.


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