Luca Guadagnino è un regista che, francamente, può permettersi quasi tutto. Non perché abbia una filmografia immacolata, diciamo che alterna spesso successi a qualche passo falso grossolano. Ma il suo punto di forza è un fandom solidissimo, quasi inusitato per un regista così autoriale, che ha forza soprattutto tra i giovani. E allora può permettersi, paradossalmente, anche di prenderli in giro e metterli totalmente in discussione, quei giovani.

Infatti raramente un film nasce così tanto dall’esigenza di un momento come After the Hunt. Partendo da un pretesto ormai molto visto e usato, ma comunque sempre dentro lo spirito del tempo, ovvero la ricerca di verità in un caso di molestie sessuali, il film è in realtà uno spaccato dello zeitgeist che vive il suo stesso tipo di pubblico e fandom.

Mondo delle elité universitarie. Discussioni su cosa si possa dire o non dire, pensare o non pensare, fare o non fare, cosa sia politicamente corretto o se debba davvero esserci quel politicamente corretto. Soprattutto, After the Hunt graffia quando analizza quanto principi giusti e battaglie sacrosante vengano combattute in maniera così dogmatica da rendere tutto polarizzato, tutto impossibile da affrontare, distruggendo le sfumature umane.

E Guadagnino non ha minimamente timore nel trasformare questa analisi in un vero atto d’accusa. Lo si capisce fin dalle intenzioni, usare il font dei film di Woody Allen per ergere quella figura, e tutto ciò che gli è successo, a simbolo, proprio perché serve un simbolo subito altamente riconoscibile. Il regista sa che quella reference può omaggiarla nei fatti, e infatti il suo film è fin da subito molto parlato, molto borghese, molto intellettuale, molto da salotto, molto corale, esattamente come in molti film di Woody Allen. Ma al tempo stesso Guadagnino sa che quella reference è un inno di battaglia con cui smascherare le difficoltà generazionali che si affrontano quotidianamente.

E allora After the Hunt vuole far vedere a quel suo pubblico più giovane quanto le loro istanze siano spesso fragili perché combattute troppo ideologicamente, e pur essendo combattute loro non sono guerrieri perché troppo timorosi di esternare emozioni e troppo restii a confrontarsi: “non tutto è fatto per metterti a tuo agio”, frase che il personaggio dell’insegnante esclama alla sua giovane studente, è forse la vera tagline del film.

Perché poi nel mondo odierno, forse anche purtroppo, nulla veramente attecchisce, nulla lascia un segno profondo, quello che è di adesso non era di moda ieri e non lo sarà domani, come il finale del film ci suggerisce. Un finale volutamente meta, per quanto bizzarro, che sta là a testimoniare come non si possano accusare fatti e persone del passato secondo canoni attuali, e viceversa, perché quei canoni che ci appaiono corretti oggi, bussole morali oggi, unico metro di paragone oggi, saranno dimenticati e lasciati all’acqua di rose domani.

E che le teorie del Guadagnino pensatore riescano a sposarsi con un Guadagnino cineasta assolutamente in forma, incanalando tesi e controtesi e ribaltamenti di punti di vista in maniere tesa e coinvolgente, in cui nessuno ha veramente torto o ragione perché sono esseri umani, dentro un’azione tutta parlata ma non di meno adrenalinica, è un grande risultato.

 

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