Digerire un film di 2 ore e 36 minuti in cui non si parla, analizza, approfondisce praticamente nulla, è davvero tosta. Forse ancora di più concepirlo e analizzarlo, eppure con Il Mago del Cremlino Olivier Assayas ci è riuscito.

Che poi, l’intento dietro al film è chiaro: non fare un banale biopic di Vladimir Putin, ma prendere la parabola istituzionale russa degli ultimi trent’anni per vedere come il potere si incancrenisca, e come proliferi la disinformazione e la legge del più forte in certi regimi contemporanei.

Il problema è che tutto questo non è minimamente analizzato o approfondito, ma solo mostrato, detto, raccontato – molto raccontato, fin troppo raccontato – lasciando tutto in superficie. Il Mago del Cremlino è un film che rimane al di sopra delle cose invece di scavarle da dentro, tradendo anche i principi cardini del cinema, ovvero drammatizzare invece di banalmente dire le cose.

In più, invece che un mago al Cremlino c’è proprio un elefante enorme che è difficile da nascondere, e il tentativo di farlo crei altri problemi. La scelta di centrare tutta la narrazione sull’unico personaggio fittizio dell’intera vicenda – la cui inesistenza nel mondo reale crea quindi completamente inutili le sue sottotrame – si scontra con l’interesse che ovviamente suscita la figura di Putin. Sia chiaro, Jude Law nella sua interpretazione non fa palesemente nulla per renderlo interessante, non ha particolari slanci o caratterizzazioni, ma è normale che la figura susciti interesse: insomma, se è lodevole l’intento di non voler fare un biopic su Putin, è lampante, una volta che appare, che forse sarebbe stato nettamente più affascinante e vincente concentrarsi solo e soltanto su di lui, sulla sua ascesa e sulla sua evoluzione politica. Anche perché, non facendolo, il film per raccontare la sua era sceglie episodi certo significativi ma assolutamente randomici nella narrazione, omettendo altri momenti storici che magari avrebbero giovato al racconto.

 

 

 

 

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