Che gioia, che cosa inusuale e anche per questo bellissima: un film che, finalmente ogni tanto, nasce con un’idea. Un film, gazie al cielo, su cui qualcuno non si mette solo perché deve farlo, ma perché ha l’idea di come farlo.

E l’idea di The Smashing Machine è prendere il genere dei film sportivi, specificamente quelli sulla boxe, e gli stereotipi dei film dei personaggi “grandi grossi e cattivi” per abbatterli completamente.

E si badi bene, non siamo di fronte ad una semplice decostruzione del genere. Benny Safdie con questo film non è interessato a sviscerare i cliché del genere per ricrearli con un nuovo punto di vista, è intenzionato a ribaltarli del tutto quei cliché a prescindere da che mezzo narrativo serva per farlo.

E allora i mezzi li prende quasi tutti in prestito. The Smashing Machine infatti, tranne che essere un biopic tradizionale, è in parte un docudrama, perché ricostruisce accuratamente la parabola del lottatore e pioniere delle MMA Mark Kerr con uno sguardo scenico quasi da cinema veritè; è in parte una farsa, perché moltissime scene se viste con la consapevolezza di far parte di un film comico sarebbero assolutamente quasi demenziali; è in parte un gioco meta, perché è impossibile scindere la presenza di Dwayne Johnson dal personaggio che interpreta, e la sua sorprendente interpretazione serie e riuscitissima quasi stridono col tono del film, infondendogli però estrema credibilità.

Benny Safdie, infatti, non vuole irridere quei personaggi e quel mondo. Il suo intento è proprio mostrare, semmai, che i lottatori praticamente di sport violentissimi sono tutti meno che violentissimi nella vita reale: sono gentili, sempre sorridenti, immensamente sportivi, straordinariamente corretti con gli avversari una volta usciti dal ring, sono teneri, amorevoli, incredibilmente fragili dentro.

Quello che il regista vuole irridere è quindi lo stereotipo che li accompagna e che ha creato tutti i cliché che hanno retto il genere dei film sui pugili. The Smashing Machine diventa il Toro Scatenato della Gen Z: negli altri film, lui avrebbe scatenato i litigi, lui avrebbe picchiato la moglie, lui sarebbe stato problematico, lui sarebbe stato condannato dalla dipendenza dalle droghe; qui invece, è lui succube degli umori della moglie, è lui che deve evitare le tentazioni, è la storia trita e ritrita di dipendenza che rimane una parentesi da usare come grimaldello per mostrare la trasformazione umana.

Persino l’abusatissimo montaggio musicale degli allenamenti che precedono il match finale, solitamente costruito per gasare lo spettatore, qui è comico, con i lottatori stanchi, con la famosa scena della scalinata da fare di corsa qui fatta lentamente, ovviamente senza epicità, mentre il protagonista viene addirittura superato da due runner casuali. È il trionfo dei limiti umani, laddove negli altri film c’è il trionfo della volontà visto e rivisto senza più approfondimento e empatia, visto attraverso la lente impietosa perché ironica ma umana perché sincera del grande cinema.

The Smashing Machine spacca non gli avversari, ma i luoghi comuni, e allora può permettersi di far piangere e far sorridere quegli omoni “grandi e grossi” perché capiamo profondamente il motivo per cui piangono e sorridono.

 

 

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