“Coitus Interruptus: The Movie”.
Battute a parte, se me la passate, quella sensazione è però esattamente quella da me provata vedendo A House of Dynamite, un film che ha tutto per sfondare e invece decide di tirare ogni volta il freno a mano. Tre volte per la precisione, sufficienti però a far impazzire.
Il film di Kathryn Bigelow ha però tutto per essere clamoroso, a cominciare dalla regista stessa. Lei infatti, anche questa volta, gestisce magistralmente accumulo di tensione e azione, soprattutto quest’ultima la crea ad altissimo livello praticamente dal nulla, essendo un film di persone sedute che parlano o al telefono o davanti a schermi.
Il problema è semmai la struttura, la decisione di dividere la vicenda in tre episodi cronologicamente contemporanei e sovrapposti, concentrandosi ogni volta su punto di vista diversi della nostra. Solo che ogni episodio finisce esattamente allo stesso punto, ovvero esattamente il climax emotivo e narrativo del film, il che vuol dire che per ben tre volte il film deve ricreare tensione, sempre la medesima, e chiedere allo spettatore di riavere ogni volta quella tensione per un approdo che conosci dopo la prima mezz’ora. E, oltretutto, andando avanti le informazioni che gli episodi svelano sono sempre meno interessanti e fondamentali allo sviluppo della vicenda. Arrivati all’ultimo dei tre capitoli, insomma, lo spettatore sa già tutto, nulla si aggiunge, ed è tutto inutile.
Bigelow, come detto, gira benissimo e gestisce il suo benissimo, ma una sceneggiatura che fa errori banali azzoppa un potenziale grandissimo film. Probabilmente concentrarsi solo sul primo capitolo – non a caso quello recitato meglio, e quello per cui lo spettatore ignaro ha inevitabilmente le maggiori palpitazioni e maggiori sospensione dell’incredulità – e diluirlo col montaggio dei punti di vista, magari tagliando la durata complessiva, avrebbe certamente giovato. E invece A House of Dynamite è sceglie la delusione e di diventare il grande incompiuto della stagione.


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