Duse è forse il film italiano più significativi degli ultimi anni di cinema italiano. Lo dico senza iperboli e mezzi termini.
Pietro Marcello è un grande regista visivo e un narratore completamente fuori dagli schemi. Uno che ha preso l’esperienza da documentarista e l’ha integrata nel cinema di finzione sia a supporto dell’estetica sia a supporto della scrittura. Chi ha visto i suoi precedenti lavori di finzione capisce benissimo di cosa parlo.
Il biopic è naturalmente la forma più convenzionale di cinema classico, per quanto lo si voglia ammodernare e modificare strutturalmente. Valeria Bruni Tedeschi non è certo un’attrice convenzionale, ma spesso e volentieri cade in quella trappola che potrebbe essere chiamata “scivolata da soap opera”, pur essendo di base una performer brava, profonda e capacissima.
Unire tutte queste cose è a rischio di cocktail esplosivo, insomma, perché far convivere gli elementi e bilanciarli con equilibrio è davvero complicato.
E infatti Duse non ci riesce, diventando l’esempio davvero di tante cose che non funzionano nel nostro cinema.
Marcello vuole fare un biopic su Eleonora Duse, ma alla sua maniera, naturalmente e giustamente. Prende solo un periodo della vita del personaggio, inserisce nella vicenda il contesto storico e quegli inserti reali che rendono viva la storia, ha idee visive all’inizio che paiono andare in una direzione del tutto stralunata, come l’uso dei modellini. Però deve sempre fare un biopic in un contesto italiano, e deve tenere a freno la sua protagonista che è l’esatto opposto del minimalismo del regista.
Quindi il film inizia in un modo, regge per un’ora, in quella metà inserisce spunti non solo interessanti ma addirittura atipici, a cominciare dalla musica o al senso estetico. Poi improvvisamente, la protagonista esplode. Gli altri personaggi esplodono. La storia esplode, nel senso che sfugge dalle redini e si incanala verso la convenzione. Tutti urlano, Bruni Tedeschi urla, le soluzioni visive e narrative della prima parte spariscono, e quindi perde il senso di vederle prima, alcune sottotrame semplicemente vengono abbandonate. Tutto per la Duse e D’Annunzio che si urlano addosso in primo piano, in momenti degni di Boris.
Marcello per fare il suo film ha dovuto cedere ad alcuni compromessi, il che sarebbe anche accettabile, solo che quei compromessi solo talmente più forti dei suoi talenti, più potenti e influenti dei suoi mezzi, più decisivi per la vendita e la confezione di un certo tipo di cinema per l’Italia, che Duse diventa un frullato di tutto ciò che non funziona oggi nella nostra industria.
A cominciare da Valeria Bruni Tedeschi che fa la matta, ovviamente.


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