I Bastardi sono tornati!

E naturalmente, non potevano non tornare con una delle loro specialità: una lunga classifica.

Parliamo del secolo che stiamo vivendo, dei primi 25 anni di questo secolo che ha già superato un quarto della sua esistenza, e quindi parliamo di un quarto di secolo di film incredibili. Ovviamente non è facile mettere a confronto film di decenni diversi, ma questo rende il tentativo ancora più affascinante. E proprio perché amiamo tanto questi film, abbiamo deciso di truccare la classifica: ve li elenchiamo in ordine cronologico, e solo i primi 25 anni saranno in perfetto ordine di preferenza fino a decretare il migliore.

Ricordate di cercare sul nostro blog tutte le classifiche dei decenni precedenti, perché le abbiamo di letteralmente tutti i decenni dagli albori della settima arte a oggi, e poi tornate qui per commentare, discutere con noi e dirci quali sono i vostri film preferiti di questi anni!

 

2000.

MEMENTO (di Christopher Nolan, USA)

 

2001.

IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE (di Jean-Pierre Jeunet, Francia)

IL SIGNORE DEGLI ANELLI – LA COMPAGNIA DELL’ANELLO ( di Peter Jackson, Nuova Zelanda)

I TENENBAUM (di Wes Anderson)

 

2002.

LA 25° ORA (di Spike Lee, USA)

CITY OF GOD (di Fernando Meirelles, Brasile)

 

2003.

LOST IN TRANSLATION (di Sofia Coppola, USA)

KILL BILL – VOL 1& 2 – (di Quentin Tarantino, USA)

MEMORIES OF MURDER (di Bong Joon-ho, Sud Corea)

 

2004.

SIDEWAYS (di Alexander Payne, USA)

 

2006.

LE VITE DEGLI ALTRI (di Florian Henckel von Donnersmarck, Germania)

LITTLE MISS SUNSHINE (di Jonathan Dayton e Valerie Faris, USA)

VOLVER (di Pedro Almodovar, Spagna)

THE DEPARTED (di Martin Scorsese, USA)

BORAT (di Larry Charles, USA)

I FIGLI DEGLI UOMINI (di Alfonso Cuaron, Gran Bretagna)

 

2007.

PERSEPOLIS (di Marjane Satrapi, Francia)

SUPERBAD (di Greg Mottola, USA)

4 MESI, 3 SETTIMANE, 2 GIORNI (di Cristian Mungiu, Romania)

RATATOUILLE (di Brad Bird,USA)

 

2008.

THE WRESTLER (di Darren Aronofsky, USA)

GRAN TORINO (di Clint Eastwood, USA)

SYNEDOCHE, NEY YORK (di Charlie Kaufman, USA)

UNA NOTTE DA LEONI (di Todd Phillips, USA)

 

2009.

A SERIOUS MAN (di Joel Coen e Ethan Coen, USA)

 

2010.

INCEPTION (di Christopher Nolan, USA)

 

2011.

DRIVE (di Nicolas Winding Refn, USA)

SHAME (di Steve McQueen, Gran Bretagna)

A SEPARATION (di Ashgar Farhadi, Iran)

MONEYBALL (di Bennett Miller, USA)

MELANCHOLIA (di Lars Von Trier, Danimarca)

THE RAID (di Gareth Evans, Indonesia)

 

2012.

HOLY MOTORS (di Leo Carax, Francia)

LAURENCE ANYWAYS (di Xavier Dolan, Canada)

 

2013.

A PROPOSITO DI DAVIS (di Joel Coen e Ethan Coen, USA)

THE WOLF OF WALL STREET (di Martin Scorsese, USA)

12 ANNI SCHIAVO (di Steve McQueen, USA)

FRANCES HA (di Noah Baumbach, USA)

PRISONERS (di Denis Villeneuve, USA)

NEBRASKA (di Alexander Payne, USA)

FATHER AND SON (di Hirokazu Kore’eda, Giappone)

IL TOCCO DEL PECCATO (di JIa Zhangke, Cina)

 

2014.

BOYHOOD (di Richard Linklater, USA)

UNDER THE SKIN (di Jonathan Glazer, Gran Bretagna)

WHIPLASH (di Damien Chazelle, USA)

L’AMORE BUGIARDO (di David Fincher, USA)

GRAND BUDAPEST HOTEL (di Wes Anderson, USA)

STORIE PAZZESCHE (di Damian Szifron, Argentina)

 

2015.

CAROL (di Todd Haynes, USA)

IL FIGLIO DI SAUL (Lazlo Nemes, Ungheria)

TAXI TEHERAN (di Jafar Panahi, Iran)

 

2016.

MOONLIGHT (di Richard Jenkins, USA)

ARRIVAL (di Denis Villeneuve, USA)

ELLE (di Paul Verhoven, Francia)

VI PRESENTO TONI ERDMANN (di Maren Ade, Germania)

 

2017.

IL FILO NASCOSTO (di Paul Thomas Anderson, USA)

CHIAMAMI COL TUO NOME (di Luca Guadagnino, USA)

GET OUT (di Jordan Peele, USA)

UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA (di Sean Baker, USA)

DUNKIRK (di Christopher Nolan, USA)

THE SQUARE (di Ruben Ostlund, Svezia)

 

2018.

LA FAVORITA (di Yorgos Lanthimos, USA/Gran Bretagna)

COLD WAR (di Pawel Pawlikovski, Polonia)

 

2019.

JOKER (di Todd Phillips, USA)

C’ERA UNA VOLTA A HOLLYWOOD (di Quentin Tarantino, USA)

THE IRISHMAN (di Martin Scorsese, USA)

UNCUT GEMS (di Josh Safdie e Bennie Safdie, USA)

 

2020.

UNA DONNA PROMETTENTE (di Emerald Fennell, USA)

 

2021.

TITANE (di Julia Ducournau, Francia)

LA PERSONA PEGGIORE DEL MONDO (di Joachim Trier, Norvegia)

 

2022.

TAR (di Todd Field, USA)

 

2023.

ANATOMIA DI UNA CADUTA (di Justine Triet, Francia)

LA ZONA DI INTERESSE (di Jonathan Glazer, Gran Bretagna)

 

2024.

ANORA (di Sean Baker, USA)

THE SUBSTANCE (di Coralie Fargeat, Francia)

 

 

25. AMOUR (di Michael Haneke, Austria, 2012)

Il film duro da vere e vivere, per antonomasia. Impossibile da mandare giù, capace di far vivere allo spettatore la medesima esperienza agonizzante dei protagonisti. Consigliare a qualcuno film di Michael Haneke è come augurargli due ore di sofferenza. Il cinema dell’autore austriaco è da sempre così, una tortura oppure un cattivo scherzo per gli spettatori, ma per una volta l’approccio è diverso: sarà l’età, sarà il tema toccato, ma il film è pieno di sentimento e amore, pur narrando la fine della vita, una emotività in grado di attaccare lo spettatore e non mollarlo più. Il film si digerisce a fatica, ma una volta fatto, l’esperienza non si dimentica più

 

 

24. VALZER CON BASHIR (di Ari Folman, Israele, 2008)

Nella memoria di ognuno di noi sono sepolti tanti ricordi negativi dimenticati volontariamente in fretta, ma che la nostra mente non cancella. L’israeliano Ari Folman gira sul tema un documentario romanzato d’animazione, un esperimento che si rivela non solo un successo, ma un vero e proprio capolavoro. Accorgendosi di non ricordare nulla dell’occupazione del Libano da parte di Israele nei primi anni 80, pur essendo stato un soldato, il protagonista (Folman stesso, sembianze animate comprese) scava nella sua mente intervistando i suoi ex commilitoni, e ad ogni loro ricordo corrisponde un flashback che fa luce su quanto avvenuto. Il film è un torbido e sincero viaggio nell’inconscio, con scene a volte oniriche a volte reali, che si fa strada attraverso gli incubi personali e gli orrori di una guerra, che sempre lascia strascichi tremendi anche nelle menti dei vincitori. La particolare e meravigliosa tecnica d’animazione nella scena finale lascia spazia ad immagini vere di repertorio sulla strage di Sabra e Chatila, nel mezzo del massacro al campo profughi, in modo che lo spettatore, tornando improvvisamente alla realtà, rimanga colpito ancora di più da così tanto orrore.

 

 

23. POVERE CREATURE! (di Yorgos Lanthimos, USA, 2023)

Il grottesco, il surrealista, il deadpan, stili con cui Yorgos Lanthimos ha firmato alcuni dei suoi lavori più recenti (e, personalmente, i più riusciti), vengono se possibile ancora più esteticamente e tonalmente accelerati in Poor Things per affinare uno spietato ritratto del bisogno di libertà. Quella libertà con cui Lanthimos, appunto, ha realizzato questo film, urlando coraggiosamente ogni cosa a prescindere dai canoni, e totale libertà data ai suoi attori, tutti sopra le righe ma tutti ugualmente perfetti nel giocare su quegli accenti alti. E parlare di libertà, al giorno d’oggi, non può non riguardare il mondo femminile: quello che il greco fa è mostrare come il maschio, abituato a secoli di immotivato dominio di genere da lui dato come biologicamente e mentalmente scontato, letteralmente impazzisca quando la donna cerchi di prendere giustamente i suoi spazi. Bella Baxter è una donna che apprende, scopre, divora, riflette, comprende, senza alcuna convenzione e alcuna sovrastruttura, risucchia le cose belle e brutte del mondo nel suo sfrenato desiderio di emancipazione, e gli uomini attorno a lei semplicemente non riescono a tollerarlo. Più che una rilettura del “Frankenstein”, o addirittura della Genesi biblica, come molti hanno suggerito vedendo le ovvie ispirazioni, l’opera di Lanthimos è un travolgente e schizzato riflesso delle discussioni contemporanee sui conflitti di genere, narrato con un senso di libertà (sì, ancora quella) cinematografica senza alcuni eguali.

 

 

22. EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE (dei Daniels, USA 2022)

Il film cult del 2022 è anche il miglior film dell’anno perché riesce, quasi subito, a liberarsi della sua natura, quasi stretta, di cult appunto, e diventare un’opera complessa, ricca di sfaccettature, emozioni ed elaborazioni socio-culturali senza mollare mai la voglia di intrattenere e divertire. Soprattutto, Everything Everywhere All at Once è una frustrata di originalità che lascia un segno profondo, una scarica adrenalinica di inventiva costante, che non si stanca mai di essere innovativa anche quando parte dalla semplice parodia ironica. Solo e soltanto, l’immaginazione al potere, cuore e cervello che si fondano e pompano insieme pura energia e, di conseguenze, puro cinema. Non-stop.

 

 

21. LA LA LAND (di Damien Chazelle, USA, 2016)

Una delle opere più energiche, solari e ottimiste degli ultimi tempi, immediatamente iconica e così straordinariamente accattivante, La La Land è principalmente un musical in cui si canta e si balla, una autentica lettera d’amore ai capolavori del genere degli anni ’50, ma ha l’intelligenza di staccarsi dalle sue chiare radici e diventare un film assolutamente moderno e assolutamente realistico. Tra canti, balli, coreografie e sfavillanti musiche, La La Land racconta infatti la tematica che affrontiamo, soprattutto i giovani, nella vita di tutti i giorni: il sempiterno e ineluttabile conflitto tra sogni, speranze, passioni e dura realtà.

 

 

20. HER (di Spike Jonze, USA, 2013)

Tranquilli, per chi ancora avesse dubbi o paure, la riposta la fornisce Spike Jonze: al cinema esiste ancora l’originalità, e quando è abbinata al cuore e al talento nulla può batterla. Fa impressione pensare che il rapporto tra un uomo e una macchina possa diventare una delle più grandi storie d’amore mai viste al cinema, ma l’abilità di Jonze e il talento degli attori Joaquin Phoenix e Scarlett Johansson (quest’ultima recitando solo con la voce) ci dicono che è davvero possibile. Lei è uno specchio su un futuro ormai prossimo, un film profetico su una società ormai contemporanea inabile ai rapporti interpersonali, sul presente delle AI ormai arrivato tra noi, eppure è un grido di speranza e d’amore fortissimo. Delicato, ironico e toccante, Lei possiede quella scintilla che solo i grandi film riescono a comunicare.

 

 

19. NON È UN PAESE PER VECCHI (di Joel Coen e Ethan Coen, USA, 2007)

La consacrazione dei fratelli Coen arriva con un film che non ha nulla a che fare col loro stile grottesco e divertente, senza i loro classici dialoghi e personaggi. L’adattamento dell’omonimo romanzo capolavoro di Cormac McCarthy è un successo perchè i Coen riescono, cosa difficilissima, a portare sullo schermo non le pagine del libro, ma i sentimenti, lo spirito e il significato: l’affermazione dilagante della violenza, spesso senza motivo, nella società contemporanea. La collocazione temporale nei primi anni 80, alla viglia dell’avvento di Ronald Reagan, è un chiarissimo spartiacque storico. Il film ci conduce in una realtà senza regole, senza legge, senza morale, in cui i valori delle generazioni passate lasciano il passo alla follia dei giorni nostri. Con uno stile asciutto e solido, senza l’utilizzo di musica o intermezzi vari, i Coen mantengono inalterata la tensione e soprattutto un clima di terrore costante per tutta la durata del film. Anthony Chigurgh, il criminale dalla pettinatura assassina, interpretato da un fenomenale Javier Bardem, incarna perfettamente la dissoluzione di ogni forma di integrità. Le parole dello sceriffo scandiscono continuamente il senso di quanto vediamo scena dopo scena: questo mondo non è più un posto per gente civile.

 

 

18. OPPENHEIMER (di Christopher Nolan, USA, 2023)

Sono anni ormai che, per svariati motivi, il cinema di Christopher Nolan è sulla bocca di tutti, e chiunque ha una opinione sul suo modo di fare cinema. L’unica cosa certa è che Nolan è uno degli ultimi grandi autori ad esser diventato un marchio di fabbrica, colui che sa abbinare autorialità a blockbuster, e prova totalizzante di ciò è certamente un’opera come Oppenheimer. Un film che, sulla carta, non dovrebbe minimamente funzionare: una storia di tre ore su scienziati che parlano, spesso di cose incomprensibili ai più, che hanno dilemmi morali e rimangono impelagati in dinamiche politiche. Perché dovrebbe funzionare un biopic simile su un personaggio, oltretutto, nemmeno pop? Eppure non solo in Oppenheimer questi aspetti funzionano, ma Nolan riesce a renderli anche immensamente cinematografici. Col montaggio, con la scrittura, con la musica, col comparto tecnico, con gli attori, ma soprattutto con la visione di saper cogliere le sfide e tramutare in possibile ciò che non lo era, un po’ come curiosamente fa proprio il protagonista del suo film. E allora Oppenheimer diventa una storia in cui tantissimi possono immedesimarsi, una metafora sulla necessità di realizzazione personale, contro tutto e tutti, che però ha inevitabilmente dei costi e lascia strascichi duraturi. La scintilla della follia era nel vero Oppenheimer e ora è in Nolan, ed è esattamente quella fiammella fondamentale per lanciarsi in avventure, per rischiare, e così realizzare grande autentico cinema.

 

 

17. BASTARDI SENZA GLORIA (di Quentin Tarantino, USA, 2009)

Prendete il cinema verboso, esplosivo e particolarissimo di Quentin Tarantino, i suoi personaggi e le sue storie, e portate il tutto nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale: quello che si ottiene è uno dei film più avvincenti e cool degli ultimi anni, un frullato di citazioni e audace rivisitazione storica. È il mondo nazista visto attraverso gli occhi di Tarantino, un universo parallelo dove tutto può succedere, una reinterpretazione totale che pochi autori possono permettersi. E’ anche una storia di vendetta, che attraverso una rivincita personale diventa rivincita di un intero popolo: gli ebrei massacrano i nazisti, solo al cinema possiamo vedere assistere ad una cosa simile. La scrittura e l’amore per creare personaggi unici, eccentrici, donne forti, è la vera carta vincente di Tarantino. Con lui non ci si annoia mai.

 

 

16. INSIDE OUT (di Pete Docter, USA, 2015)

Inside Out non solo è il ritorno alla forma della Pixar, ma è probabilmente uno dei film d’animazione più complessi e maturi di sempre. Già l’idea alla base del film dovrebbe far capire molte cose: mostrare come funzionano le emozioni all’interno della testa di una ragazza. Ancora una volta è un film che comprendono di più gli adulti, ma parla specificamente agli adolescenti riuscendo comunque ad intrattenere i bambini: questo è il film più universale e trasversale della Pixar, perché il target è quella fascia d’età particolarissima che finora mai nessun film della compagnia aveva toccato così bene. La grande lezione del film è accettare la tristezza della vita col sorriso e voglia di andare sempre avanti: la paura di crescere non deve essere mai un freno, a nessuna età, ci dice Peter Docter con risate, lacrime, ottimismo e grandissima sincerità.

 

 

15. IL CAVALIERE OSCURO (di Christopher Nolan, USA, 2008)

C’era una volta un’epoca in cui i film tratti da fumetti erano snobbati, ritenuti poco più che entertainment, destinati al grande pubblico ma poco amati dalla critica. Poi venne The Dark Knight, e il genere, per non dire l’intero mondo del cinema, non fu più lo stesso. Christopher Nolan utilizza il mito e i personaggi Batman, l’eroe più umano e tormentato tra tutti quelli dei fumetti, per creare un thriller metropolitano in cui mostrare l’eterna lotta tra bene e male, la corruzione del potere e delle persone, la creazione dell’anarchia e come, fondamentalmente, buoni e cattivi siano in realtà due facce della stessa medaglia che non possono stare l’una senza l’altra. La grandezza e la genialità della rivisitazione nolaniana dell’universo fumettistico è propria questa, Batman e Joker potrebbero essere sostituiti da un detective e da un criminale qualsiasi e comunque la complessità del film rimarrebbe intatta. La costruzione della storia, l’intreccio narrativo, lo sviluppo di tutti i personaggi, i colpi di scena, la cura dei dialoghi (questo in particolare una prima assoluta negli adattamenti da comic book) tutto completa un’opera incredibile, in cui emerge il sorriso finale di Heat Ledger, autore di una performance sbalorditiva, il ritratto di un villain leggendario che qui assume una più universale dimensione.

 

 

14. BIRDMAN (di Alejandro G. Inarritu, USA, 2014)

Birdman è un film che definire complesso è dire poco, un esperimento ambiziosissimo di Inarritu che critica l’industria cinematografica odierna, troppo tendente ai blockbuster, e cerca di capire quale è il vero valore dell’arte e quale è il ruolo dell’attore. Attori che però siamo noi, che recitiamo costantemente sulla scena del mondo, nel film che è la vita. Tutti noi che recitiamo un ruolo ogni giorno, e cerchiamo di fare sempre qualcosa per farci ricordare da qualcuno. Birdman è un film straboccante di energia, ritmato, dinamico, incredibilmente godibile e rivedibile ogni volta. Una scarica di adrenalina come non se ne fanno più, un’opera per cui, forse, vale la pena spendere quel termine di 10 lettere che inizia con la C spesso abusato e usato fuori posto: questo non è il caso.

 

 

13. TOY STORY 3 (di Lee Unkrich, USA, 2010)

Raramente il terzo capitolo è il film migliore di una trilogia, ma Toy Story 3 anche questo miracolo. Toy Story 3 è un trionfo di scrittura cinematografica, un mix favoloso di tanti generi dosati con ritmo e divertimento. Ricco di tante citazioni di film del passato e di alcune immagini visivamente incredibili questo terzo Toy Story è soprattutto una straordinaria e triste metafora sulla crescita delle persone: sui bambini che diventano grandi e perdono i contatti con i divertimenti dell’infanzia, ancora di più sugli adulti che lasciano gli anziani nelle case di riposo lontano dalle persone che amano. Spesso si dice che i film Pixar sono più per un pubblico adulto, questo film lo è ancora di più, specificatamente per una fascia d’età compresa tra i 20 e 30 anni (alla luce di uno dei finali più belli e commoventi mai realizzati) narrando con grande profondità e molta nostalgia la difficile e improvvisa fase di passaggio dall’adolescenza al mondo degli adulti. Forse se si potesse sempre restare innocenti questo sarebbe un mondo migliore.

 

 

12. THE MASTER (di Paul Thomas Anderson, USA, 2012)

The Master è forse il film più complesso della carriera di Paul Thomas Anderson, così ricco di prospettive e chiavi di lettura. Un film difficile da capire e da domare, affascinante ed ammirevole, ipnotico e respingente al tempo stesso, pervaso da una voglia di libertà oltre ogni forma e controllo. Nel rapporto psicanalitico tra i due protagonisti maschili – quei Joaquin Pheonix e Phillip Seymour Hoffman che ci regalano le interpretazioni più impressionanti della loro strabiliante carriera – il regista costruisce una storia d’amore totalizzante, che parla al cuore e alla testa, ai sentimenti e agli istinti. Un film che trabocca di pulsioni, di momenti animaleschi, di sfida alla necessità umana del controllo e al dubbio morale di lasciarsi guidare dalle sensazioni.

 

 

11. LA CITTÀ INCANTATA (di Hayao Miyazaki, Giappone, 2001)

Hayao Miyazaki, il re dell’animazione orientale, è l’unico che idealmente può sedere accanto a Walt Disney, sono forse i maggiori creatori di sogni nella storia del cinema. Il capolavoro del maestro giapponese è una rivisitazione del viaggio di Alice, ma stavolta la nostra Chihiro non precipita in un bizzarro paese delle meraviglie: pur incontrando personaggi stravaganti, misteriosi, situazioni e scenari stupefacenti, il viaggio di Chihiro per tornare a casa dai suoi genitori è una favola che rappresenta la metafora stessa della vita, esaltando i valori, la semplicità, l’umiltà, la bontà d’animo, l’amicizia e l’amore. Miyazaki evita qualsiasi intento moralista o i momenti più smielati, facendo vivere invece un’avventura avvincente ricca di colpi di scena e momenti indimenticabili. La tecnica dell’animazione è portata ai massimi livelli, ma il cuore della storia e l’emozione, ottenuta toccando così tante e diverse corde dell’animo, è sempre al centro di tutto.

 

 

10. MULHOLLAND DR. (di David Lynch, USA, 2001)

Siamo in presenza di un film di David Lynch, anzi, forse il film che meglio rappresenta l’universo Lynch, e per questo impossibile da comprendere. Mettersi a narrare i fili di una trama tanto particolare, o tutto quello che di strano accade nella pellicola, è folle quanto concepire e realizzare una tale opera. Dopotutto, voler cercare di razionalizzare un film di Lynch, voler interpretare troppo dettagliatamente, o voler comporlo in maniera cronologica, farebbe perdere tutta la bellezza e il senso di una storia onirica, astratta, che può vivere solo nell’inconscio delle persone ed essere assorbita solo come un flusso di sensazioni. Perchè questo è il film, un’affascinante e destabilizzante pulsione visiva e sensoriale. Poi ovviamente il tutto ha un senso, ma comprenderlo rovinerebbe solo l’esperienza che Lynch ci fornisce.

 

 

9. SE MI LASCI TI CANCELLO (di Michel Gondry, USA, 2004)

L’amore, e ancora di più le difficoltà nel coltivarlo e mantenerlo vivo, è stato raccontato miliardi di volte al cinema, sicuramente più di qualsiasi altro sentimento e argomento. Ma la scrittura di Charlie Kaufman e la regia di Michel Gondry dimostrano che ancora oggi, parlando di amore, si può essere originali, folli, coraggiosi, surreali, e più di tutto sinceri e veri. la storia di Joel e Clementine è la storia di miliardi di coppie di innamorati, che per incompatibilità o tanti altri motivi non sono fatti per stare insieme, pur provando un sentimento reciproco inestinguibile. Il film scompone completamente la mente del protagonista (e di conseguenza di chissà quanti spettatori) chiedendosi se davvero vale la pena eliminare i ricordi, anche i più tristi, e se un esperimento del genere possa davvero portare alla felicità. La risposta ovviamente è no, perchè pur tra scenari onirici, labirinti tortuosi, visioni cerebrali, il sentimento batte sempre il cervello, che sia un fatto positivo o negativo questo non interessa. Definire la sceneggiatura brillante e originale è un eufemismo, la spericolata visione di Kaufman si sposa perfettamente con la regia di Gondry, qui al vertice del proprio virtuosismo. Il resto lo fanno due attori tremendamente in forma, una Kate Winslet raramente così istrionica e brava, e un Jim Carrey di struggente intensità. Il melodramma più geniale che il cinema vi possa regalare.

 

 

8. OLDBOY (di Park Chan-wook, Sud Corea, 2003)

Il genere della vendetta è un classico non solo del cinema, ma trova radici anche nella letteratura antica e moderna. La rilettura di Park Chan-Wook però, oltre a mostrare al mondo la grandezza a cui può arrivare il cinema coreano, è una rivoluzione copernicana totale. Capitolo incastonato nel mezzo della sua Trilogia della Vendetta, la tragica storia di Dae-su, imprigionato per quindici anni senza saperne i motivi, è un avvincente e disturbante viaggio nella psiche umana, tra spargimenti di sangue, combattimenti irreali e colpi di scena sconvolgenti. La prova d’attore di Choi Min-sik è un qualcosa di trascinante, una performance sia fisica sia emotiva di incredibile impatto. La regia di Park Chan-Wook qui invece raggiunge il massimo dello stile, esplodendo nel meraviglioso piano sequenza in cui il protagonista, armato solo di un martello, abbatte un’orda di almeno venti avversari, quasi inscenando un balletto mortale. L’intreccio narrativo esplora via via livelli sempre maggiori di profondità e complessità, che alla fine letteralmente svuotano lo spettatore. Solo il grande cinema, pur facendo provare una gamma di emozioni vastissima, riesce a lasciare di sasso.

 

 

7. THE TREE OF LIFE (di Terrence Malick, USA, 2011)

La storia di una famiglia texana degli anni 50 viaggia in parallelo con la nascita dell’Universo e della Terra, affrontando in poco di più di due ore tutti i sentimenti possibili, racchiudendo con delicatezza e forza il senso della vita come nessun altro aveva mai fatto. Solo un vero artista con la A maiuscola come Terrence Malick poteva realizzare un’opera simile, in cui le immagini diventano pura poesia e il cinema si fonde con la natura che rappresenta, creando alcune tra le sequenze più affascinanti e spettacolari mai viste sul grande schermo. Se al termine della visione siete scossi con i brividi non vi preoccupate, avete appena vissuto un’esperienza piuttosto che aver visto un film.

 

 

6. WALL-E (di Andrew Stanton, USA, 2008)

Il film d’animazione più sperimentale mai realizzato, un film quasi muto difficilmente vendibile ad un pubblico di soli bambini. La storia di Wall-E, un piccolo robot che vive da solo da secoli sulla Terra ormai invasa dai rifiuti col compito di ripulirla, e del suo incontro con Eve, un robot mandato sul nostro pianeta per vedere se è abitabile nuovamente, è una delle più belle storie romantiche mai portate al cinema. Seguire la routine di Wall-E è commovente, un robot solo in un intero pianeta disabitato che colleziona oggetti, fa amicizia con gli insetti, scruta speranzoso il cielo stellato e guarda il musical Hello Dolly!registrato su una videocassetta, fino a che la sua vita cambia e decide di seguire Eve, pur di non perderla, fin nello spazio profondo. La Pixar osa, dimostrando un coraggio senza pari, ci propone un film in cui si deve usare poco l’udito ma tantissimo gli occhi, le sequenze nello spazio sono alcuni delle visuali migliori mai realizzate nell’animazione. I temi ambientalisti e sul futuro dell’umanità sono colonne portanti, ma su tutti si erge la semplicità e la tenerezza di un personaggio magico e la storia d’amore commovente, un racconto che diventa con la sua naturalezza non solo uno dei migliori film d’animazioni mai realizzati.

 

 

5. THE SOCIAL NETWORK (di David Fincher, USA, 2010)

The Social Network è un film che parla di tante cose, ma sicuramente NON è un film su Facebook, e questo è paradossale ma estremamente significativo. Una gigantesca metafora sul mondo moderno, sugli anni che stiamo vivendo, sulla nostra società, su come sono cambiati i rapporti umani. Al tempo stesso, una grande storia americana, una storia di furbizia, determinazione, intraprendenza e ambizione, la storia di un ragazzo si intelligente ma normale diventato il più giovane miliardario al mondo incarnando perfettamente lo spirito del capitalismo. Molte volte fuori luogo si sente dire l’espressione “opera generazionale” ma questa pellicola lo è di certo. Raramente un film in tutte le sue componenti ha saputo racchiudere lo Zeitgeist di un tempo: il film che meglio di tutti definisce l’era dei social, un film di vittoria e sconfitta, di innovazione e ispirazione tramite personaggi cinici e detestabili, un ‘opera complessa sulla complessità del mondo in cui viviamo oggi.

 

 

4. PARASITE (di Bong Joon- ho, Sud Corea, 2019)

Parasite è un film sempre in costante movimento, che non si placa per un solo secondo, che non sa cosa voglia dire riposarsi. Un flusso magmatico di toni ed emozioni, nel quale il divertimento va di pari passo alla tensione da thriller e finisce nella realizzazione dark della bassezza umana. Purissimo esempio del cinema di Bong, autore che da sempre gioca con metafore estremamente dirette e toni completamente mischiati. Commedia, thriller e horror, non a caso tutti qui presenti, sono proprio i generi più viscerali e diretti. Abbandonato il fantasy e il distopico degli ultimi film, Bong si concentra sull’evoluzione dei personaggi, sui loro desideri e incubi, su particolarità e idiosincrasie. Non si schiera, non parteggia, li osserva e li muove, senza risultare però cinico. Un giro sulle montagne russe che fa vivere ogni gamma di emozione e reazione, persino le più estreme,  dalla repulsione all’affetto.

 

 

3. IN THE MOOD FOR LOVE (di Wong Kar-wai, Hong Kong, 2000)

Spesso al cinema l’amore meglio raccontato è quello platonico. Apprendendo questa lezione, il maestro Wong Kar-Wai firma il suo capolavoro narrando l’amore come non lo si era mai visto raccontare. Le famiglie Chow e Chan sono vicine di casa nella Hong Kong degli anni 60, e col passare del tempo, il signor Chow e la signora Chan capiscono che i rispettivi consorti (che genialmente non vediamo mai in scena) sono amanti. Cercando di capirne le ragioni, le due persone tradite iniziano a loro volta ad incontrarsi sempre più spesso. La relazione mai consumata tra il signor Chow e la signora Chan rappresenta il tormento dell’amore voluto ma impossibile come mai si è visto al cinema: col ritmo di una danza, grazie al brano portante di Nat King Cole riproposto continuamente, in un crescendo di intensità sempre più forte, i due sono prigionieri di un sentimento inespresso, forse per le convenzioni sociali, forse per la paura di emulare i rispettivi coniugi solo per vendetta. Il regista, aiutato da due straordinari interpreti, che trasmettono il dramma interiore solo con sguardi ricchissimi di sensazioni, ha il grande merito di farci vivere in maniera dilaniante e intensissima un amore trattenuto, portando alla luce un intero periodo storico tra colori, abiti, musiche, persino odori e sapori. Probabilmente l’inarrivabile vertice del melodramma moderno.

 

 

2. IL PETROLIERE (di Paul Thomas Anderson, USA, 2007)

Il capolavoro di Paul Thomas Anderson è un film che racchiude e mostra le due anime, così forti e contrastanti, su cui è stata costruita l’America: la religione e il capitalismo. Anni di studi, tantissimi scritti (ricordiamoci Weber o Tocqueville) e poi la potenza del cinema che riassume il tutto con un’opera visivamente magnifica. Il personaggio di Daniel Plainview è il prototipo dell’impreditore moderno, un archetipo fin troppo perfetto del capitalismo selvaggio senza scrupoli. La sua sete di ricchezza e conquista si scontra con Eli Sunday, un predicatore religioso faro della propria comunità, riflesso di quanto le sette religiose sono ancora oggi potenti e influenti negli Stati Uniti. E’ una guerra psicologica, una partita a scacchi continua, in cui non il migliore, ma il più scaltro e crudele, potrà vincere e prendere tutto. Anderson porta a nuove vette l’uso della regia, riuscendo a rendere interessante come un action la lunga scena iniziale, completamente muta, e poi giocando tra piani sequenza e intensi campi lunghi. La luminosissima fotografia di Robert Elswit, una delle migliori degli ultimi anni, e la graffiante colonna sonora Jonny Greenwood dei Radiohead, che costruisce una tensione allarmante, sono elementi decisivi nella composizione del capolavoro, in cui ovviamente spicca la performance assurdamente poderosa di Daniel Day-Lewis: l’attore si immerge totalmente nel personaggio, cambia voce, espressioni, modo di muoversi e gesticolare, nei suoi occhi brucia il fuoco, la sua avidità e tenacia deflagra in urla e intensissime esplosioni di rabbia. Se mai qualcuno dovesse chiedervi “come è nata l’America?” voi mostrategli questo film.

 

 

1. MAD MAX: FURY ROAD (di George Miller, Australia, 2015)

Mad Max è l’atto di riappropriazione del vero cinema d’azione da parte di George Miller: ciò che offre al pubblico non è solo un film, ma una clamorosa, robotante, potente, intensa esperienza visiva, auditiva, sensoriale, una folle corsa che va avanti per due ore secche senza mai fermarsi, col termometro dell’adrenalina che schizza e non pensa minimamente a chetarsi. Sfruttando simboli semplici ma efficaci, che diventano immediatamente archetipi universali, il film disegna un mondo diverso dal nostro solo formalmente, ma nell’essenza è il medesimo, così come nella consapevolezza della disperazione, nella ricerca del meno peggio, perché un’opzione migliore del posto e del momento in cui viviamo non si trova, non esiste. L’opera di Miller è un’esperienza in grado di conciliare lo spettatore col proprio desiderio di spettacolo: in un certo senso, è l’essenza stessa del cinema.

 

 

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