Dobbiamo partire da una premessa, che non vorrei nemmeno dover fare ma in realtà togliamocela subito che è meglio: chi se ne frega della fedeltà al libro. Cerco di non giudicare mai i film tratti da libri in base al libro stesso, anzi, sono addirittura un fan del più tradimento possibile. Quindi, se questo nuovo Cime Tempestose prende tante libertà dal romanzo di Emily Bronte, ben venga onestamente.
I problemi infatti non sono in un libero e legittimo adattamento, sono nella concezione stessa di come fare un film simile.
Quello che, infatti, ritengo sia il grosso problema alla radice di tutto questo film, è la visione completamente scriteriata di come possa essere interpretata una storia d’amore. E che il cinema della regista e il suo stile siano completamente scriteriati già lo si sapeva, ma quello che altri contesti poteva essere un complimento e un punto di forza, e non a caso ho adorato entrambi i suoi film precedenti, qui diventa necessariamente un difetto, perché entrano in gioco le emozioni.
Che allora questo Cime Tempestose dell’anno del Signore 2026 per la Generazione Z voglia ritrarre una relazione tossica può anche andar bene, ma è il modo totalmente superficiale, inutilmente giocoso, forzatamente cool a non andare.
Qui abbiamo due personaggi che dovrebbero, uso il condizionale, amarsi. Anzi di più, appartenersi contro tutti e tutto in maniera predestinata. Ora, in quale momento del film questo viene analizzato, esplorato, eviscerato, sentito e vissuto? Nella prima parte del film, il loro amore è solo detto a parole. Nella seconda parte, il loro rapporto è solo un gioco sadico di potere quando assente, e un montaggio sciatto di rapporti sessuali quando presente. Cathy e Heathcliff sono, semplicemente, due estranei lungo tutta la durata della storia cui assistiamo, i quali esclamano, suppongono di amarsi e appartenersi. Certo, non aiuta nemmeno il fatto che vengano dipinti in maniera completamente unidimensionale: antipatici, insopportabili, egoisti, arrivisti. E si badi bene, anche se sono solo difetti andrebbe benissimo se servisse a caratterizzare qualcosa, ma tali difetti sono l’unica dimensione in cui si muovono. Sono macchiette per creare una relazione tossica, non personaggi che vivono e soffrono e combattono e mettono in dubbio i loro pregi e difetti per farne qualcosa.
Emerald Fennell ha pensato di voler realizzare, fin dall’inizio, una sua personalissima fan fiction del romanzo di Bronte, con gli attori bellissimi che aveva in mente, e non si è mai spostata di un millimetro dalla sua idea iniziale in testa. Dimenticandosi, ovviamente, di fare anche del cinema. Perché buttare la storia in una estetica sopra le righe, senza darle poi un senso tematicamente coerente, non è cinema. Perché utilizzare un comparto sonoro e musicale molto riconoscibile solo per strizzare l’occhio ai fan, non è cinema. Perché aprire e chiudere il film con un sentimento di morte e inondarlo durante, senza mai esplorarlo, senza mai collegarlo alla tematica centrale, senza mai legarlo alle vicissitudini dei protagonisti, non è cinema. E poi diciamocelo, il film non è nemmeno così scandaloso o sessualmente stimolante come vuole vendersi, è superficiale anche nella dimensione sessuale, è commercializzato anche negli istinti e nelle perversioni solamente accennate.
E dà quasi fastidio, almeno a me naturalmente, che questo Cime Tempestose debba essere già descritto da molti come il film volutamente brutto che fa il tutto il giro per diventare bello, un cult kitsch destinato ad essere rivalutato in futuro come tale. Dà fastidio semplicemente perché, per la sciatteria con cui è stato concepito e realizzato, non se lo merita. Ogni tanto, anche se sono per qualche motivo popolari, oppure io direi piacioni, i film brutti o sbagliati bisogna avere il coraggio di definirli brutti o sbagliati, senza bisogno di giustificarsi o addentrarsi in giri di parole. Questo è il caso, caro Cime Tempestose.


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