
E’ indubbiamente difficile realizzare un film che si vuol fare, e quindi si è già girato chissà quante volte nella propria testa, da addirittura 30 anni. E’ molto difficile anche se ti chiami Martin Scorsese. E lo è ancora di più se questa storia racchiude, e quasi conclude rappresentando un apice filosofico che difficilmente potrà aggiungere qualcosa, un’intera carriera tematica e poetica cinematografica: la ricerca di significato nella religione, il peccato, la colpa, l’impossibilità dell’innocenza.
Perché idealmente è vero, adesso Silence completa una ipotetica trilogia spirituale iniziata con L’Ultima Tentazione di Cristo e proseguita poi con Kundun, ma tali importanti e personali temi, che rappresentano appunto la visione umana e non solo di Scorsese, hanno sempre inondato tutti i suoi film (basti pensare a Mean Streets e The Departed, solo per citare due esempi).
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