Avatar di James Cameron, con Sam Worthington, Zoe Saldana, Stephen Lang, Sigourney Weaver, Michelle Rodriguez, Giovanni Ribisi. USA 2009
di Emanuele D’Aniello
Avatar è un film passato immediatamente alla storia grazie al risultato del box office che lo ha incoronato, senza contare l’inflazione, come il più grande incasso di tutti i tempi a livello americano (760 milioni di $ solo negli Stati Uniti) e soprattutto a livello globale (2 miliardi e 780 milioni racimolati in tutto il mondo). James Cameron si è spodestato da solo, perché il primato precedente apparteneva al suo Titanic, e proprio dal film vincitore di 11 Oscar non tornava al cinema. Ha passato anni a progettare Avatar, dalla sua prima ideazione sono passati 15 anni, ha atteso prima di girarlo che la tecnologia disponibile fosse adatta e pronta per realizzare la sua opera. Ma è valsa la pena aspettare tutto questo tempo?
Se la risposta arrivasse solo dagli incassi (e comunque è l’unica risposta attendibile per l’industria cinematografica) sarebbe un si senza appello. Ma anche ad una prima visione del film possiamo rispondere si, è valsa la pena aspettare. Avatar è una autentica meraviglia unica e inarrivabile visivamente e tecnicamente: dal punto di vista visivo è un qualcosa di eccezionale, difficilmente descrivibile a parole, perdersi tra le lande infinite di Pandora, navigare tra gli spazi profondi di un nuovo mondo, immergersi in un continuo movimento di luci e colori è un’esperienza sensoriale assoluta e incredibile, sembra di essere veramente in nuovo universo e non si può non rimanere stupiti a bocca aperta. Dal punto di vista tecnico vale lo stesso discorso, gli effetti speciali sono quanto di meglio al giorno d’oggi il cinema può regalare, dal suono alla fotografia tutto è perfetto, Cameron ha atteso giustamente per avere i mezzi giusti. Il problema è che i pregi del film seppur evidenti e rivelanti terminano qui, perché Avatar rimane un grande spettacolo ma imperfetto. Cameron è stato un decennio intero a lavorare effettivamente sul film, ma tutto questo incredibile lasso di tempo che pochissimi registi hanno a disposizione senza le pressioni della produzione poteva essere dedicato invece che a sviluppare soltanto la tecnologia adatta anche a scrivere una sceneggiatura solida? La pioggia di critiche piovuta sulla storia del film non è casuale, anche se i paragoni spesso irrisori con il racconto storico di Pocahontas sono del tutto pretestuosi e inutili (non è stato dopotutto il mito Pocahontas a inventare la storia di un personaggio che al contatto con nuove culture si immerge e abbraccia completamente un nuovo mondo, è un tema costante e universale, portato al cinema innumerevoli volte, basta citare Balla coi Lupi) così come le accuse di banalità dell’intreccio, perché si vedono storie ben più banali e perché la prevedibilità di un racconto non è di per se un difetto se viene narrato e approfondito adeguatamente. Il problema qui è appunto il come è scritta la storia, sono i toni ad essere banali scontati: la storia d’amore su tutto ma ancora di più i sotto-testi ambientalisti e pacifisti, solo abbozzati e trattati in modo retorico. La caratterizzazione dei personaggi è superficiale e semplicistica, a volte esagerata da sfiorare la macchietta come nel ruolo di Stephen Lang, un cattivo completo senza un solo pregio rappresentato in modo crudele anche fisicamente, tirato a lucido con cicatrici in volto. La recitazione è di difficile discussione: se Sigourney Waver è sempre perfetta perché riesce a caricare di sfumature e ironia il suo personaggio, se Sam Worthington col suo volto inespressivo e sempre ugualmente piatto è il mistero attoriale del nuovo secolo, poco possiamo dire sul resto, perché questi omoni blu chiamati Navi sono ibridi tra live action e digitalizzazione completa, si fa un grande lavoro per permettere a queste creature di avere espressioni normali ma si perde comunque il calore umano (a questo prunto è preferibile l’animazione che regala emotività comunque) e a tal proposito va infatti evidenziato il lavoro di Zoe Saldana la quale, complice anche l’unico personaggio del film interessante, riesce a far diventare passionale la sua Neytiri.
Tutti questi difetti non sarebbero tali se ci trovassimo di fronte ad una semplice opera di intrattenimento. Vediamo ogni anno decine e decine di film che fanno uso di stereotipi narrativi dedicando più attenzione allo spettacolo che alla storia. Questo va benissimo quando si conosce la natura del prodotto, le aspettative e il target di riferimento.Ma Avatar non è mai stato concepito come semplice entertainment, fin dall’inizio ha voluto essere il più grande film mai realizzato, fin dalle prime intenzione Cameron voleva rivoluzionare il modo di fare film, creando aspettative esagerate nel pubblico che troppo spesso rischiano di diventare un boomerang (e a tal caso basta ricordare le critiche arrivate subito col rilascio del primo trailer del film, i paragoni feroci letti su tutto il web dei Navi con i puffi). È un’opera concettualmente pretenziosa: crea un nuovo mondo, crea un nuovo popolo, crea un nuovo linguaggio, ma non riesce a rimanere compatto in tutte le sue componenti sbilanciandosi troppo sul versante spettacolare. Avatar è un grandissimo spettacolo ma non un grandissimo film: non c’è la visione di un Kubrick che mai come nessun altro ha saputo unire tecnica e sceneggiatura; non c’è il coraggio di un Christopher Nolan che conInception ha rifiutato di girare in 3D perché altrimenti gli spettatori si sarebbero distratti dallo storytelling, mantenendo quindi al centro di tutto la storia; non c’è la spontaneità di un Malick che è si ambizioso ma cambia il cinema anche non volendo farlo, sperimentando film dopo film; non c’è soprattutto il calore di uno Spielberg che nelle sue storie tiene sempre al centro la fiducia negli uomini e il lato emotivo dei racconti; più di tutto non c’è l’intelligenza di un George Lucas che con Guerre Stellari ha saputo creare una mitologia su un nuovo mondo ancorata ai personaggi e alle storie e non alla spettacolarizzazione delle stesse.
Ma è ugualmente il film che ha incassato più di tutti, e va dato atto e merito a questo. Perché è un film che indubbiamente affascina e attira per la componente visivamente straordinaria già detta in precedenza, è un prodotto altamente godibile destinato al più ampio pubblico possibile indistintamente per ogni sesso, genere di età o provenienza sociale, e ha l’abilità di non essere mai pesante mantenendo un buon ritmo in oltre due ore e mezza di durata. Inoltre l’elemento più importante è che ad oggi è l’unico film ad aver utilizzato il 3D al massimo delle proprie potenzialità, girato in 3D e non riconvertito successivamente, non un mezzo utile a far aumentare il prezzo dei biglietti, o un giocattolo per vedere qualche oggetto arrivare addosso, ma finalmente un film che usa il 3D come grande strumento narrativo, come arma in più, sfruttando tutta la profondità di campo possibile, donando una prospettiva nuova e immensa adattissima allo scenario dei paesaggio sconfinati di Pandora (certo, volendo esagerare anche questo può diventare un difetto perchè rende visibile realmente fil film solo al cinema). E tutte questi ultimi positivi aspetti, dall’alto alto del suo simpatico conto in banca, sono quelli che bastano e contano veramente per James Cameron e evidentemente anche per il suo pubblico.


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