Gli Spietati – recensione

spietatiunforgiven-1992-

Gli Spietati (The Unforgiven) di Clint Eastwood, con Clint Eastwood, Gene Hackman, Morgan Freeman, Richard Harris.  USA 1992

di Valerio Carta

Di tutti i generi cinematografici, il western è il meno adattabile. Se voi sceneggiatori in erba covate il desiderio di scrivere un vostro western, sappiate che esistono dei comandamenti scritti sulla pietra. Lo spazio di manovra è ridotto, essendo tale genere chiuso in un determinato periodo storico e in un determinato ambiente. Il senso non è ovviamente letterale, potete anche non presentarvi puntuali sul monte Sinai, ma il rischio di scrivere una schifezza è sempre dietro l’angolo. Se volete leggere delle recensioni riguardanti i film western nel loro picco più alto, vi rimando alle ottime recensioni già presenti in questo sito relative alla trilogia del dollaro di Sergio Leone (“Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più” e “Il buono, il brutto e il cattivo”). All’interno di essi era ricorrente il personaggio dello straniero senza nome, il cowboy errante che per affascinare il pubblico aveva bisogno solamente di un poncho e di un sigaro, stretto tra i denti con un’espressione fredda e calda allo stesso tempo; in altre parole, Clint Eastwood.

Vent’anni dopo Clint Eastwood sta ad Hollywood come Fats Domino sta a New Orleans: ossia, ne è tra i padroni. Ha riposto il poncho nell’armadio e il sigaro nella scatola – lui che detesta il fumo nella vita reale! – ed è diventato un artista a tutto tondo, intraprendendo parallelamente alla carriera d’attore quella di regista (oltretutto pluripremiato). Però nella sua testa balenano ancora i ricordi dei tempi in cui un regista italiano, tale Sergio Leone, gli aveva fatto prendere un aereo diretto a Roma allo scopo di assegnargli una parte piuttosto importante all’interno dei suoi film. Perciò, cosa pensa Clint Eastwood, che da solo possiede un patrimonio tale da permettersi di produrre le proprie opere da solo e di non risponderne a nessuno, se non al pubblico? Ma certo, facciamo un western.

C’è solo un problema.

Il nostro Mosè di San Francisco osserva i comandamenti citati pocanzi e pensa: “no, questi non vanno più bene”. Perché il cinema, arte che vive e genera profitti grazie al giudizio altrui, ha un cambiamento nel tempo che va di pari passo con il ricambio generazionale del pubblico. Esso nel 1992 è diverso da quello del 1966 (anno di uscita de “Il buono, il brutto e il cattivo”, N.d.R), ad Hollywood oltretutto stiamo entrando nel periodo d’oro dei film d’azione e di fantascienza. I film western, con la loro lentezza e i valori che rappresentano, appartengono al passato. E il pubblico non si può prendere in giro. Mai.

Così Clint Eastwood crea Gli Spietati.

La traduzione del titolo originale non è precisa, ma è assolutamente inopportuno in questo caso muovere una critica verso i traduttori; l’originale “Unforgiven” è di difficile resa in italiano, soprattutto per questioni di immediatezza. Il senso del titolo – così come quello della pellicola – è letterale, ossia: “Non perdonati”. Gli Spietati stravolge totalmente i canoni classici ed i risultati sono commoventi. Di per sé il western è un genere piuttosto idealista, con le brillanti rappresentazioni contenute nelle pellicole di Leone. Gli Spietati, per prima cosa, è un western tremendamente realista. Non è oltretutto errato considerarlo un film di genere western/drammatico, difatti all’interno la rappresentazione del reale, del dolore – fisico e morale – e della lotta per la sopravvivenza è ossessiva. I contenuti sono moralmente crudi, contrapposti a quella seppur celata sensibilità artistica che animava le pellicole dei grandi western del passato. È un film che analizza il complicato processo di turbamenti interiori insiti nell’essere umano e che pone sempre un termine di paragone. L’intreccio si sviluppa attraverso un antefatto: siamo nel 1880, a Big Whiskey, un piccolo villaggio del Wyoming. Nel bordello gestito da Skinny Dubois (Anthony James), due cowboys stanno per consumare un rapporto sessuale con due prostitute. Una di esse scoppia a ridere alla vista del membro dell’uomo, evidentemente di dimensioni ben modeste. Egli, sentendosi gravemente insultato, con un coltellino sfregia il volto della ragazza. A questo punto entra in scena lo sceriffo di Big Whiskey, Little Bill Daggett, uno strepitoso Gene Hackman, che conferma la propria netta superiorità interpretativa rispetto alla media quando gli viene chiesto di interpretare i panni del personaggio cinico e violento. Tutore della legge animato da saldissimi principi morali, Little Bill punisce i due cowboys frustandoli sulla schiena. Ma alle prostitute questo non basta e pongono una taglia di 1.000 dollari sulle teste dei due fuggiaschi.

Da qui in poi l’intreccio si divide in due filoni: da una parte la storia di Schofield Kid (Jaimz Woolvett), un giovane ragazzo a caccia di avventure e storie da raccontare, che recluta due vecchi pistoleri ritiratisi nella vita da fattoria: William Munny (Clint Eastwood), un ex-criminale spietato e ora redento che vive con i suoi due figli piccoli da accudire in seguito alla morte della moglie, e Ned Logan (Morgan Freeman), amico di vecchia data di Munny, diventato nel frattempo un uomo perbene. William in un primo momento è titubante avendo promesso alla moglie, quando era ancora viva, di non toccare più un bicchiere di whisky in vita sua, elemento che stando ai suoi racconti costituiva la vera causa dei suoi crimini; tuttavia accetta l’offerta di Kid quando gli viene in mente che quei soldi potrebbero assicurare un futuro migliore ai suoi figli. Decide comunque di non rompere la sua promessa. L’altra storia è quella di Bob “L’inglese” (Richard Harris) – accompagnato dal suo fido biografo W.W. Beuchamp (Saul Rubinek) – un vecchio cowboy proveniente dal Paese di sua Maestà che vive “di rendita” e che non manca mai di raccontare orgogliosamente il suo passato. Si scontrerà presto – avendo la peggio – con Little Bill.

Nessuno dei personaggi presenti in questo film è un duro o uno spietato nel presente e ognuno ha dei problemi che ci vengono mostrati senza vergogna. William ha evidenti difficoltà a montare in sella ad un cavallo, Kid è “cieco come un pipistrello”, Ned è bloccato dai rimorsi quando si trova a dover uccidere un uomo, Bob “L’Inglese” è un ciarlatano. Sono uomini ormai inutili, la stessa parola ‘ormai’ sembra essere presente nel subconscio dei personaggi, mostrando un continuo senso di scoraggiamento. Questi personaggi erano spietati, ma questo ci viene raccontato e mai mostrato. È in base a questo motivo che il personaggio del biografo personale di Bob “L’Inglese” prima e di Little Bill poi, Beuchamp, assume un’importanza essenziale all’interno della pellicola, caratterizzato in modo tale da raccontare allo spettatore le grandi storie trascorse, parole da porre in contrapposizione rispetto alla dura realtà del presente che ci viene mostrato visivamente. La vecchiaia avanza inesorabile per tutti i protagonisti ed è giunta l’ora di compiere una scelta: affrontare e cercare di sconfiggere i fantasmi del passato o ritirarsi allo scopo di abituarsi e convivere con ciò che è stato fatto. L’assenza delle grandi sparatorie, argomento di scontro tipico dei film western, è dettata dal bisogno del regista di donare al pubblico quell’immagine di un tetro realismo. I colpi che William fa partire dal suo fucile sono goffi, imprecisi, ed è il primo dei due cowboys a subirne le conseguenze, sottoposto ad una lenta agonia che procura vari disagi morali agli stessi killer, a tal punto che Ned abbandonerà la caccia per intraprendere la via del ritorno a casa. Oltre che all’interno della storia, anche a livello tecnico si registra la volontà del regista di creare un continuo confronto con i western del passato. Il campo totale rimane una prerogativa, la fotografia diretta da Jack N. Green è abile, con un frequente e ottimo uso dei controluce. Molto interessante il filtraggio delle luci dentro la locanda di Skinny Dubois, che appaiono soffuse mostrando i volti delle persone all’interno in ombra, con un effetto molto dark.

La gestione del finale è tra le migliori di sempre. Ogni aspirante soggettista dovrebbe trarne degli insegnamenti: non c’è bisogno di arrovellarsi cercando il finale migliore o quello che colpisce di più, possono essere vari, ma quello definitivo dev’essere sempre quello che funziona meglio in virtù di ciò che si vuole lasciare allo spettatore. Eastwood e il suo soggettista e sceneggiatore di fiducia, David Webb Peoples, lasciano ben poco al caso. Ogni singola scena, ogni singola inquadratura ed ogni singolo dialogo contenuti ne Gli Spietati sono posti oculatamente allo scopo di costruire il finale più intelligente. Esso è diviso in due sequenze: la prima, più lenta – ma mai noiosa – inizia dal momento in cui Kid, coperto da William, riesce ad uccidere il secondo cowboy, quello che aveva sfregiato la prostituta, colpito a morte nell’atto del defecare. Kid ha ottenuto quello che voleva, ma non ha la reazione che immaginava: la sua storia pulp-western da raccontare gli provoca infatti profondi rimorsi per la morte dei due uomini. A questo punto sentiamo qualcosa che non avremmo mai immaginato di sentire all’interno di un film western, dove singoli uomini venivano ammazzati senza remore e subito dimenticati dal pubblico. William, difatti, risponde con una frase destinata da sola a cambiare e ad evolvere un intero genere cinematografico: “è una cosa grossa uccidere un uomo. Gli levi tutto quello che ha e tutto quello che sperava di avere”. La risposta di Kid non si fa attendere: “Però se lo meritavano”. “Tutti ce lo meritiamo”, risponde William con tono di rassegnazione, lasciando Kid senza risposta. Qui inizia la seconda ed ultima sequenza. William riceve la notizia che Ned è stato intercettato a cavallo dagli uomini di Little Bill mentre tornava verso la sua casa, portato al cospetto del violento sceriffo e torturato allo scopo di rivelare il piano dei tre e, nonostante abbia fatto il nome dei suoi complici, è stato ugualmente picchiato fino alla morte. William strappa dalle mani di Kid la bottiglia di whisky e ricomincia a bere, nonostante la promessa fatta alla moglie. Il suo gesto è rapido e, benché pregno di significato, la naturalezza di Eastwood fa sì che non arrivi subito agli occhi degli spettatori meno attenti. In un attimo, colto dalla rabbia per la morte dell’amico, per la prima volta nella pellicola vediamo William Munny; non il William Munny che non riusciva più a montare in sella ad un cavallo, non il William Munny che separava i maiali con la febbre da quelli sani nel recinto con i figlioletti, ma il William Munny che in passato “ha ammazzato donne e bambini”. La frase di Kid: “Non voglio uccidere più nessuno. Io non sono come te, Will”, è densa di significato non solo nella pellicola ma anche nel cinema in generale: le nuove generazioni stanno crescendo, sia nel mondo reale, sia nel mondo western. È come se questo film si collochi in uno spazio temporale avanzato rispetto ai precursori del genere, come se il William Munny giovane e violento fosse vissuto nell’era di John Wayne, del biondo o di Gian Maria Volonté. Contemporaneamente dona speranza per le generazioni future, ma incastra i vecchi in uno spazio dal quale non si libereranno mai. Il prevedibile – a questo punto – finale, con William Munny che fa irruzione nel bordello di Skinny Dubois e compie una violenta strage armato solamente della schofield regalatagli da Kid è palesemente e volutamente in pieno stile Leone: non è tanto importante la veridicità della sparatoria quanto la plausibilità della stessa.

Clint Eastwood lascia una perla agli amanti del genere, ma riesce a creare un film godibile altresì al resto degli spettatori. Ogni tema introdotto contribuisce a formare le conclusioni finali. In un mondo senza regole universali ma unicamente locali, dimenticato dal resto della società così come gli uomini che ne fanno parte, lo scopo di essi è unicamente quello di sopravvivere. Nella scena iniziale il sole tramonta alle spalle di un uomo che sta scavando una fossa, probabilmente William Munny che sta seppellendo la sua amata moglie. Personaggio che spiega il titolo del film: “Non perdonati”, per William Munny, significa che non si può cambiare sé stessi. Lui aveva promesso alla moglie di smettere di bere, di non uccidere più nessuno e aveva ottenuto tutto ciò che un uomo potrebbe desiderare, l’amore della persona amata e contemporaneamente la sua fiducia. Ma è lo stesso uomo a riprendersi nel finale la bottiglia di whisky e a farsi dare la schofield da Kid, e lo fa senza mostrare un briciolo di rimorso, poiché è consapevole di mostrarsi nella purezza della sua identità. Non c’è perdono per chi non vuole essere perdonato. La scena finale del film è la stessa iniziale, solo che questa volta non c’è più nessuno. Inoltre, nello spazio in cui William stava scavando rimane una lapide. Un’immagine molto forte, che vuole simboleggiare la chiusura di un’epoca. Il merito di vivere o morire, altro tema principale del film, è lasciato in sospeso. Le ultime parole di Little Bill sono: “non me lo merito”. La risposta di William Munny è: “I meriti non c’entrano con questa storia”. In quel momento è lui, la schofield che ha in mano e il whisky che ha ingurgitato a decidere che Little Bill debba morire. Nei vecchi film western questo aspetto non veniva mai specificato, la scelta non apparteneva agli uomini ma ai loro destini. Qui invece il destino è costruito dagli stessi uomini, che uccidono per sfogare la propria, spietata, indole.

stellastellastellastellamezza_stella

Posted in

3 risposte a “Gli Spietati – recensione”

  1. Avatar Francesco R.

    Grazie per la piacevole e profonda disamina!

    "Mi piace"

  2. Avatar Mariano
    Mariano

    Little Bill non frusta i due cowboys che hanno commesso lo sfregio, è molto importante da ricordare, perché non vi è stata punizione, comparando una donna, quindi un essere umano a del bestiame, Clint sottolinea proprio come lo sceriffo abbia delle sue leggi, che si illudono di essere morali, “tutti lo meritiamo” frase che conclude tutto il cerchio.

    "Mi piace"

  3. Avatar Unforgiven: recensione del film

    […] Recensione del film su Bastardi per la gloria […]

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a Mariano Cancella risposta